Quando ero bambino, avrei passato ore e ore a guardare gli scambi ferroviari. Non so perché, ma la loro visione mi dava un piacere speciale. Riuscire a vederli non era facile: però ne approfittavo quando andavamo in treno da qualche parte (non avevamo la macchina), e nei momenti in cui il treno, lentamente, entrava nelle stazioni, mi affacciavo e cercavo di guardare gli scambi.
Mi piacevano soprattutto quei tratti in cui si incrociavano diversi binari, e non si capiva più dove il binario che avevo seguito con gli occhi continuasse la sua corsa. Per questo era soprattutto l’ingresso nelle grandi stazioni ad attirarmi, ad esempio Napoli o Roma, soprattutto quando il mio treno era su un ponte e sotto di noi passava un’altra linea ferroviaria. E poi mi chiedevo: chissà dove arrivano questi binari? Avranno mai una fine?
Il trenino elettrico che mi avevano regalato, invece, aveva dei binari con i quali si riusciva solamente a costruire un percorso ad anello. Questo mi dispiaceva, e sognavo sempre il momento in cui qualcuno (Babbo Natale, oppure la Befana, o al limite Mimmo, il mio padrino di battesimo) mi avrebbero portato dei binari con gli scambi.


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