
Della gita ricordo il tram in un alone di rumori metallici, “el gamba de legn” lanciato lungo un canale; un motto pomposo sul muro della trattoria: “Forza e coraggio”, o qualcosa del genere; Crovi che aveva molta sete [...] nel tratto percorso a piedi; e Vittorini che a tavola ci richiamava amabilmente: “Non fare il cialtrone” se la discussione di faceva troppo animata.
Al ritorno, sempre in tram, si parlava ancora, o di nuovo, di letteratura. Quel giorno Vittorini amava entrare nel discorso quando questo era già avviato e prima che qualcosa finisse distorto o in confusione. Quando poi intervenne con il suo argomentare così sereno e naturale, non soltanto noi che gli eravamo assieme, ma tutti i passeggeri del tram si fecero zitti e attentissimi: lo si sarebbe potuto dire un tram di discepoli. Poi, arrivati a destinazione, ricordo che scesi ultimo del nostro gruppo, mentre un signore maturo, composto, mi accostava sul gradino per chiedermi conferma: “Ma quel lì l’è un professùr, vera!”.
[ Luigi Davì racconta un pranzo del 1956 in una trattoria di campagna a Vermezzo, con Elio Vittorini, suo figlio Mitia, i redattori dei "Gettoni" e altri giovani. In La storia dei "Gettoni" di Elio Vittorini, a cura di V. Camerano, R. Crovi, G. Grasso, Torino, Aragno, 2007, p. 1598; citato in G.C. Ferretti, Dentro il laboratorio dei "Gettoni", in E. Esposito (a cura di), Il dèmone dell'anticipazione. Cultura, letteratura, editoria in Elio Vittorini, Milano, il Saggiatore, 2009, pp. 101-108 ]

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