Le ragioni di una sconfitta

[Raffaele Simone, Il Mostro Mite. Perché l’Occidente non va a sinistra, Milano, Garzanti, 2008, pp. 174, € 12]

È apparso nelle librerie a marzo, cinto di una fascetta che promette la spiegazione del “perché la sinistra non potrà vincere le elezioni”: non per nulla nella premessa Simone ammette di essersi guadagnato, negli ultimi anni, “una discreta fama di descrittore di catastrofi”.

Non essendo l’autore né politologo né politico, ma linguista di fama internazionale (ricordo il monumentale Fondamenti di linguistica, 1990; ma consiglierei a tutti anche la lettura di un delizioso testo “minore” come Maistock. Il linguaggio spiegato da una bambina, 1988), più che sull’analisi politica si concentra sulla descrizione di modelli di cultura, proseguendo un filone di ricerca inaugurato nel 2002 con La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo.

Tre sono i fulcri dell’indagine: la registrazione del declino, ovunque in Occidente, dei principi fondamentali della sinistra; la descrizione della cosiddetta “Neodestra”, la destra nella sua fase moderna, mediatizzata e mediatica; infine l’analisi dei paradigmi, politici e culturali, che garantiranno alla Neodestra “per un pezzo il primato non solo nei parlamenti e nei posti di comando ma soprattutto negli usi e costumi (stavo per dire ‘negli usi e consumi’) della gente”.

Richiamandosi alle anticipazioni di José Ortega y Gassett (la ribellione delle masse) e Pier Paolo Pasolini (il mutamento antropologico), che hanno colto gli aspetti allarmanti e spaventosi già agli albori, Simone si immerge nel modello che domina la cultura di massa, il fenomeno che chiama appunto “Mostro Mite”. Da questo dominio si genera “lo sfibrarsi e il cambiar natura della sinistra”; ma la sinistra non se ne è ancora accorta e rischia di fare come certi corrispondenti di guerra inesperti: “è arrivata sul teatro delle operazioni in ritardo (alcuni ritengono che non ci abbia ancora messo piede), quando le truppe s’erano ritirate da un pezzo, il vincitore era ben definito e non c’era quasi più nulla da descrivere”.

Le ragioni del declino della sinistra, che Simone riprende da una “letteratura grande come una montagna”, sono molteplici: in primo luogo sta, sotto gli occhi di tutti, il fallimento storico dei comunismi (“miseria, terrore e morte”); ma anche il settarismo, la malafede e la simpatia per alcuni regimi dittatoriali, l’ingenuo utopismo, la convinzione di essere superiori e all’avanguardia, il politically correctness, la “incorreggibile attrazione verso diversi tipi di cause perse, dubbie o francamente inqualificabili” (paradigmatico l’accenno a una conoscente di estrema sinistra, accesa sostenitrice della causa palestinese, che, pur avendo sentito dire che Yohoshua è un grande scrittore, non lo legge perché ebreo…). Per sfuggire alle tante colpe storiche, le sinistre si sono decostruite e ristrutturate, tanto da rendersi irriconoscibili, lasciando spazio allo sviluppo di una Neodestra, che “non è un’evoluzione delle destre convenzionali: non è fascismo, non è salazarismo, non è franchismo, non è dittatura dei colonnelli; meno che mai è Nazismo”.

Le sue tecniche per contrastare l’avversario sono intonate ai tempi, cioè incruente, anche se possono essere devastanti: isolamento professionale, denigrazione e dileggio anche attraverso i media, damnatio memoriae, induzione di danno economico, persecuzione giudiziaria, emarginazione politica. La Neodestra non distrugge, impedisce di nascere. (pp. 72-73)

La Neodestra sa cosa vuole il popolo e glie lo dà, afferma e propaganda l’arricchimento personale, è up to date, appare giovane e vitale, sa sfruttare i mezzi di comunicazione. Il vento dello Zeitgeist, insomma, spira in favore della destra: la classe operaia si è dissolta, i giovani sono scomparsi dalla scena politica, è nata una cultura di massa “dispotica”.

Il capitolo più originale è proprio quello che descrive il Mostro Mite: a partire dalle geniali anticipazioni ottocentesche di Toqueville, e confrontandosi con autori come Ortega y Gassett, Hanna Arendt, Pasolini, Guy Debord, Baudrillard, Bauman, Simone ci illustra il massimo elemento di dissoluzione della sinistra.

Il Mostro Mite pretende che si finga che l’intero mondo è tranquillo e in pace, facile e comprensibile, godibile e riparabile, protetto da una cappa di scienza amica e tranquillizzante e da una imperturbabile cortina di fun. Vuole che la vita-vacanza fluisca perpetua e indisturbata. (p. 112)

In questa situazione, la destra appare dotata di “naturalità” (il mondo, in fondo, è intrinsecamente di destra); la sinistra, al contrario, è “artificiale”, le sue posizioni astratte, laboriose, labili, aderirvi comporta sforzi e rinunce, limitazione e negazione del proprio interesse.

In conclusione, oltre alla dimensione “penitenziale” (il bisogno di farsi perdonare la “scia di sofferenze che la storia dei comunismi e dei socialismi porta con sé”), a decretare la morte della sinistra è il Mostro Mite, “la faccia metamorfica che il Leviatano ha assunto nell’era globale”; e la risposta della sinistra non è stata finora all’altezza, tanto da permettergli di imporsi e ramificarsi. Ma il saggio è dedicato “a quelli che ci credono ancora”, e la conclusione non è apocalittica:

Alle forze della sinistra spetta ora, all’inizio del secolo XXI, un compito tremendo: consapevoli dell’orizzonte della globalizzazione, impegnarsi a cercare senza posa nuovi contenuti all’altezza dei tempi, capaci di riempire di forme moderne l’involucro ormai quasi vuoto su cui è ancora scritto “Sinistra”. Dovrebbero, insomma, inventare di continuo nuovi buoni motivi per stare (e restare) a sinistra.

È un compito terribilmente difficile, ma se non ci si prova il destino è già scritto. Il tempo che rimane è molto poco. (p. 170)

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  1. quando leggo post interessanti come questo e vedo che nessuno li ha commentati mi chiedo a che cosa servano i blog.

  2. da

    buono questo post, l’ ho scaricato

  3. Elo

    Devo dire che il prof. Simone, come in gran parte dei suoi saggi ha fatto centro…
    non so da quanto tempo non ascoltavo un’analisi così completa e organica su un tema di grande attualità come questo. L’appiattimento politico culturale è ormai imperante, si tratta di una nuova forma di censura che non ha bisogno di manganelli, pistole o altro…




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