Sull’antisemitismo

Ho trascritto un paio di pagine da un libro prezioso, mi sembrano poter rappresentare un buon commento ad alcuni recenti avvenimenti.

[ Margaret Juul ]

[Margaret Juul, Commissions Derrida]

[Rispondendo a una domanda che ricorda che i un sondaggio i francesi si sono dichiarati razzisti al settanta per cento dei casi, pur sostenendo di essere contrari ad ogni forma di discriminazione]

Quando l’antisemitismo si diffonde – quand’anche si tratti di questa forma criptata, riprovevole ma abbastanza facile in fondo da decifrare – gli “effetti perversi” che genera, come si usa dire, sono numerosi. Il primo è che si corre il rischio, a questo punto, di temere di criticare qualsiasi aspetto della politica di Israele o di una certa comunità ebraica. C’è infatti sempre qualcuno pronto a sospettarvi, come minimo, di collusione indiretta con l’antisemitismo risorgente. Per non dire di negazionismo! Come accennavo poco fa, non posso più nemmeno pensare tranquillamente: “Per fortuna sono ebreo. Questo almeno mi permette di non sentirmi accusare immediatamente quando mostro qualche perplessità sui fondamenti dello Stato israeliano e sulla sua politica, sull’opinione di un ebreo o di un gruppo di ebrei, sull’una o l’altra iniziativa della comunità ebraica”. Questo meccanismo è una trappola mortale che bisogna neutralizzare. A qualunque costo. Poiché si tratta davvero di una trappola mortale. E bado bene alle parole che dico. Si tratta infatti della morte programmatica della benché minima lucidità, di ogni forma di responsabilità – intellettuale, etica, politica.

Occorre difendersi e battersi contro coloro che dispongono (di) queste trappole. Bisogna opporsi ad essi, magari prendendo tempo, dando o imponendo del tempo per fare discorsi complessi e per produrre argomentazioni stratificate. Perché non mi sembra giusto negare a qualcuno – me compreso – il diritto di criticare Israele o una determinata comunità ebraica con la scusa che ciò potrebbe assomigliare o risultare funzionale a una forma di antisemitismo. Mi rendo conto delle difficoltà, ma se la parola coraggio – intellettuale o di altro tipo – continua ad avere un senso, è proprio in situazioni subdole come questa e di fronte a tentativi di intimidazione che provengono da ogni parte. Già, perché siamo letteralmente accerchiati – e la trappola è un vero e proprio assedio. La cosa peggiore ai miei occhi, dal punto di vista in cui mi trovo, è l’appropriazione e soprattutto la strumentalizzazione della memoria storica. È perfettamente possibile e necessario, senza che ciò comporti la minima forma di antisemitismo, denunciare questa strumentalizzazione, così come il calcolo puramente strategico – politico o di altro genere – che consiste nel servirsi dell’olocausto, utilizzandolo per questo o quel fine. È perfettamente possibile considerare questi fini riprovevoli, o considerare riprovevole la strategia che viene messa in opera, senza per questo rinnegare minimamente la realtà di questa mostruosità passata – quell’olocausto di cui alcuni vorrebbero impadronirsi e servirsi a loro piacimento.

È dunque necessario, mi pare – ed è comunque la mia regola o la mia massima – combattere, senza mai lasciarsi intimidire, ogni forma di negazionismo e al tempo stesso rifiutare lo sfruttamento di una tragedia assoluta, di una tragedia peggiore di ogni tragedia – peggiore cioè di una tragedia ancora “greca” nella sua forma – e che non appartiene a nessuno. Artigianale o industriale, la strumentalizzazione si avvia molto in fretta e molto presto. E si impone dappertutto, ineluttabilmente. Lo fa talora in modo grossolano e plateale, talora invece nascondendosi sotto una maschera rispettabile, in modo più nobile e raffinato, mostrando, ad esempio, i tratti segnati di un volto pietrificato nel dolore impenetrabile del legittimo testimone, un testimone così perfettamente autorizzato da assumerne i l ruolo professionale. Questa strategia può conquistare anche la retorica, ogni sorta di attività diplomatica, il mercato e, perché no, anche il mercato dell’arte. Non è sempre facile accorgersene. Ma se occorre essere perennemente vigili per riconoscere questo meccanismo, è necessario nondimeno – al tempo stesso, e senza indugi – tenere sotto controllo l’antisemitismo e ancor peggio il negazionismo che potrebbero cogliere la palla al balzo per mettersi la coscienza a posto. Questi due pericoli opposti vanno di pari passo, e si alimentano e si rafforzano l’un l’altro. Per quanto ciò si riveli arduo, credo che occorra saper opporre resistenza simultaneamente a entrambi. Senza tregua e senza debolezze.

[ Jacques Derrida, Èlisabeth Roudinesco, De quoi demain… Dialogue, Paris, 2001 (Quale domani?, trad. it. Guido Brivio, Torino, Bollati Boringhieri, 2004, pp.161-163) ]

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  1. Étranger

    Il maestro è nell’anima. E dentro all’anima per sempre resterà.

    P.S. Nonostante lui, il maestro, proprio dall’interno di quell’anima, cominci a far vacillare ogni cosa, financo questa ingenua topologia cardiaca degli affetti…

  2. A leggere cose come queste c’ è da aver paura per la democrazia in Italia:
    http://www.corriere.it/politica/08_maggio_11/alemanno_fascismo_sunday_times_686d4bf0-1f54-11dd-b397-00144f486ba6.shtml

    Un sindaco di una capitale che elogia pubblicamente il fascismo!
    In nessun altro paese una cosa del genere sarebbe possibile.
    In Italia, naturalmente, revisionismo ed apologia del fascismo sono oramai di casa.

  3. @ MGC

    Thank’s a lot per il link. Io però, in effetti, non calcherei troppo sul passato “remoto” di Alemanno, bastano già alcune cose relative al suo ministero nello scorso Berlusca per rendermelo poco affidabile…
    Ma sempre meglio di Rutelli, almeno…

  4. @GattoMur
    Se Ti interessa, posso consigliarti vivamente la lettura di questo libro:
    http://www.querelles-net.de/2007-23/text23brentzel_jaeger_nolvelli-glaab.shtml

    Saluti,

    Matteo




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