Immigrazione e disoccupazione

Su Internazionale di questa settimana (n. 745, pp. 100-101) è tradotto un articolo da Alternet (“La nuova frontiera californiana”), che mette a confronto le diverse politiche sull’immigrazione di alcuni stati degli USA.
Riporto alcuni brani che a noi, che viviamo in un paese sempre più stupido, razzista e intollerante, qualcosa possono pur dirci…

In base alla nuova legge sull’immigrazione dell’Arizona, i controlli sul personale si effettuano con un sistema elettronico ed i datori di lavoro che assumono immigrati irregolari vengono puniti con la sospensione della licenza di esercizio. Ma i risultati finora sono stati disastrosi. All’inizio del 2007, quando è stato dato il via libera al provvedimento, l’Arizona aveva un tasso di disoccupazione molto basso, intorno al 3,7 per cento: da questo punto di vista, la nuova legge era una soluzione a un problema che non c’era. A gennaio del 2008, quando la legge è entrata in vigore, la disoccupazione era al 4,1 per cento. Da allora una parte consistente della popolazione (si parla dell’8 per cento) ha deciso di lasciare lo stato. Gli abitanti dell’Arizona hanno scoperto così che gli immigrati non sono solo fornitori di manodopera, ma anche consumatroi di beni e servizi. E hanno imparato anche che nelle nuove comunità di immigrati convivono persone con diiverso status giuridico, e che quando si respira un clima xenofobo le distinzioni tra regolari e irregolari contano poco. Insieme agli immigrati senza documenti, se ne sono andati anche tanti cittadini in regola con un permesso di soggiorno permanente.
Questa nuova carenza di manodopera, sommata al calo dei consumi, potrebbe costare all’economia dell’Arizona decine di miliardi di dollari.
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I sostenitori della linea dura contro i clandestini spesso accusano i loro avversari di volere una politica delle “frontiere aperte”. È solo un espediente polemico, per non dover ammmettere che il modo in cui è gestita l’immigrazione non funziona: in questo sistema entrano in gioco gli interessi dei datori di lavoro americani che vogliono assumere lavoratori e immigrati senza permesso di soggiorno. Secondo qualcuno, dovremmo limitarci ad arrestare ed espellere più persone, e mantenere uno status quo che non piace a nessuno.
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L’Arizona non è un caso isolato. Molte amministrazioni locali stanno criminalizzando l’immigrazione clandestina trasformando semlici trasgressioni in reati penali gravi. Il New York Times ha raccontato le conseguenze di questi provvedimenti in un piccolo centro del New Jersey dove una nuova legge puniva chiunque assumesse un immigrato clandestino e gli affittasse una casa: “Nel giro di qualche mese, centinaia, se non migliaia, di immigrati arrivati negli ultimi anni dal Brasile e da altri paesi dell’America Latina sono andati via. Per l’economia locale è stato un duro colpo: parruchieri, ristoranti e piccoli negozi che facevano affari con gli immigrati hanno visto precipitare i loro incassi e molti hanno chiuso. Così il consiglio municipale ha fatto marcia indietro”.
L’Oklahoma ha approvato un provvedimento contro gli immigrati clandestini in un periodo in cui il tasso di disoccupazione dello stato era tra i più bassi del paese. “Abbiamo un’occupazione del 97 per cento in Oklahoma”, mi aveva detto l’anno scorso il senatore dello stato, Harry Coates. Negli impianti petroliferi, il salario d’ingresso per i lavoratori non qualificati è tra i 18 e i 20 dollari all’ora, ma oggi i datori di lavoro non riescono a trovare abbastanza manodopera. “Ci siamo dati la zappa sui piedi”, spiega Coates, “allontanando le persone disposte a lavorare dai datori di lavoro disposti ad assumerli”.
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Il dibattito, chiassoso e spesso carico di emotività, sulla percezione dell’immigrazione da parte della popolazione di un paese ne mette in ombra un altro molto più serio sul modo migliore per gestirla. Di fronte alla scelta tra interventi repressivi costosi ed eclatanti, che hanno poche possibilità di essere efficaci e provocano conseguenze traumatiche, e una riforma generale del sistema che tratti con dignità i lavoratori immigrati e migliori le condizioni di vita delgi americani più poveri, non dovrebbero esserci dubbi.

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