E se Forese avesse querelato Dante…

[ immagine tratta da: http://www.fratellimattioli.it ]

Dante Alighieri è stato uno dei primi blogger della nostra cultura. Non lo ha inventato lui il meccanismo dell’immettere un componimento nel circuito dei letterati dell’epoca, affinché potessero commentare il tema proposto; però ha portato a perfezione questa forma di comunicazione.
Nella Vita Nuova egli stesso ci racconta come avvenne il suo esordio nel mondo dei poeti: dopo avere visto per la prima volta Beatrice ed averne ricevuto il saluto, “pensando di lei, mi sopragiunse uno soave sonno, ne lo quale m’apparve una maravigliosa visione”.

Pensando io a ciò che m’era apparuto, propuosi di farlo sentire a molti li quali erano famosi trovatori in quello tempo: e con ciò fosse cosa che io avesse già veduto per me medesimo l’arte del dire parole per rima, propuosi di fare un sonetto, ne lo quale io salutasse tutti li fedeli d’Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi a loro ciò che io avea nel mio sonno veduto. E cominciai allora questo sonetto, lo quale comincia: A ciascun’alma presa.

L’esordiente Dante, se stiamo alla sua testimonianza, ricevette molte risposte, tra le quali quella di Guido Cavalcanti (“quelli cui io chiamo primo de li miei amici”); ed anzi “questo fue quasi lo principio de l’amistà [amicizia] tra lui e me, quando elli seppe che io era quelli che li avea ciò mandato”. L’amicizia tra i due continua per alcuni anni, fino a una rottura sui cui motivi gli storici non sono concordi, e che trova la sua rappresentazione nel canto X dell’Inferno, quando Dante incontra Cavalcante, il padre di Guido.
Ma non sempre l’atteggiamento di chi inviava una poesia era benevolo. Talvolta questi scambi poetici potevano assumere la forma della “tenzone”.
Nella letteratura medievale, “tenzone” è una “disputa in vario metro su di un argomento fittizio, personale, filosofico o amoroso” (Zingarelli).
Come avveniva? Un poeta scriveva un componimento (il più delle volte un sonetto), di tono amicale oppure aggressivo, e lo inviava a un collega, che poteva rispondere sull’argomento con un suo componimento. Se il rispondente ripete la struttura delle rime (segno di rispetto) si dice che “risponde per le rime” (da qui l’espressione corrente, anche se con significato inverso).
Al naufragio dei testi medievali sono sopravvissute molte tenzoni; talvolta (è il caso ad esempio del sonetto Dante Alighier, s’i’ son bon begolardo di Cecco Angiolieri) ci è purtroppo giunta solo una parte dello scambio.
Un caso esemplare del genere è la tenzone fra Forese Donati e Dante Alighieri. Principalemte, abbiamo in questo caso la fortuna di potere leggere, probabilmente, la totalità dei componimenti. Ma esemplare, in questi testi, è soprattutto la violenza verbale delle accuse, per lo più inerenti aspetti molto personali e intimi, che i due contendenti si scambiano.
La critica più accreditata vuole che a cominciare sia stato Dante. Ecco il primo sonetto:

Dante a Forese (1)

Chi udisse tossir la malfatata
moglie di Bicci vocato Forese,
potrebbe dir ch’ell’ha forse vernata
ove si fa ‘l cristallo, in quel paese.
Di mezzo agosto la truovi infreddata:
or sappi che de’ far d’ogni altro mese…;
e non le val perché dorma calzata,
merzé del copertoio c’ha cortonese.
La tosse, ‘l freddo e l’alra mala voglia
no l’addovien per omor’ ch’abbia vecchi,
ma per difetto ch’ella sente al nido.
Piange la madre, c’ha più d’una doglia,
dicendo: “Lassa, che per fichi secchi
messa l’avre’ ‘n casa del conte Guido”.

Dante parte subito a testa bassa, buttando sulla scena poetica la moglie di Forese, soprannominato Bicci, e informandoci che, a quanto pare, la poveretta è sempre raffreddata, anche in piena estate. Ma come mai? Perché ha un difetto “nel nido” (nel letto coniugale): la coperta che dovrebbe coprirla è “cortonese” (giocando, nemmeno troppo nascostamente, sull’ambiguità tra l’aggettivo relativo alla città di Cortona e lo sberleffo che, ancora oggi, i maschi spesso si scambiano). Insomma, Forese è un pessimo marito. E tra l’altro è pure povero (ce lo dice implicitamente l’ultima terzina).
Che pessimo gusto, e pensare che noi lo adoriamo come il “padre della nostra lingua” e restiamo incantati di fronte alla sua Commedia, che negli anni si è guadagnata pure l’appellativo di “divina”.
Ma Forese non sta a guardare, e riprendendo alcune immagini usate dal suo avversario (ma non la struttura metrica), gli lancia questa bordata.

Forese a Dante (2)

L’altra notte mi venne una gran tosse,
perch’i’ non avea che tener a dosso;
ma incontamente che fu dì, fui mosso
per gir a guadagnar ove che fosse.
Udite la fortuna ove m’addosse:
ch’i’ credetti trovar perle in un bosso
e be’ fiorin’ coniati d’oro rosso;
ed i’ trovai Alaghier tra le fosse,
legato a nodo ch’i’ non saccio ‘l nome,
se fu di Salamone o d’altro saggio.
Allora mi segna’ verso ‘l levante:
e que’ mi disse: “Per amor di Dante,
scio’mi”. Ed i’ non potti veder come:
tornai a dietro, e compie’ mi’ viaggio.

Ad essere raffreddato è lo stesso Forese, che svegliandosi di notte per la gran tosse, decide di uscire per guadagnarsi qualcosa per potersi coprire (insomma, accetta e riprende l’accusa di essere in miseria). Chissà cosa aveva in mente di fare, probabilmente nulla di troppo legale, se a un certo punto si trova tra le tombe (“tra le fosse”). E qui chi vede? Il fantasma del padre di Dante, morto qualche anno prima, legato con un nodo speciale (il nodo di Salomone). Ovviamente la scena ha funzione simbolica; e il nodo metaforico può simboleggiare sia il fatto che Alighiero fosse un usuraio, sia che fosse morto in circostanze violente e non fosse stato vendicato dalla famiglia.
Mamma mia, questo tira in mezzo anche i morti, costruendo una scenetta nemmeno troppo divertente, e lancia all’avversario, riportando chissà quale diceria sul conto del padre defunto, un’accusa piuttosto infamante. Tra i tre sonetti è forse il migliore di Forese, ed è per questo che è anche l’unico che qui riporto. (Detto per inciso, “addosse” è rima “aretina” o “guittoniana”: anche questa piccola spia denuncia l’arretratezza poetica di Forese).
Dante è, non serve nemmeno dirlo, superiore come rimatore al povero Forese, e lo dimostra nei due sonetti successivi, nei quali non va troppo sul sottile.

Dante a Forese (3)

Ben ti faranno il nodo Salamone,
Bicci novello, e’ petti de le starne,
ma peggio fia la lonza del castrone,
ché ‘l cuoio farà vendetta de la carne;
tal che starai più presso a San Simone,
se tu non ti procacci de l’andarne:
e ‘ntendi che ‘l fuggire el mal boccone
sarebbe ormai tardi a ricomprarne.
Ma ben m’è detto che tu sai un’arte
che, s’egli è vero, tu ti puoi rifare,
però ch’ell’è di molto gran guadagno;
e fa sì, a tempo, che tema di carte
non hai, che ti bisogni scioperare;
ma ben ne colse male a’ fi’ di Stagno.

Fantastico. Della terribile immagine del padre morto, Dante riprende solo il nodo, rovesciando una selva di sberleffi sul miserello, che è appunto povero perché goloso a dismisura. Ma non si ferma qui. Nelle terzine arriviamo sul filo della diffamazione: Forese è in miseria, ma conosce “un’arte”, quella del furto, che gli potrà permettere di ripagare i numerosi debiti che ha accumulato, che lo stringono come un nodo scorsoio.
Ma ancor più diffamanti sono le accuse dell’ultimo sonetto:

Dante a Forese (5)

Bicci novel, figliol di non so cui
(s’i’ non ne domandasse monna Tessa),
giù per la gola tanta roba hai messa
ch’a forza ti convien tòrre altrui.
E già la gente si guarda da lui,
chi ha borsa a lato, là dov’e’ s’appressa,
dicendo: “Questi c’ha la faccia fessa,
è piuvico ladron negli atti sui”.
E tal giace per lui nel letto tristo,
per tema non sia preso a lo ‘mbolare,
che gli appartien quanto Giosepp’a Cristo.
Di Bicci e de’ fratei posso contare
che, per lo sangue lor, del malacquisto
sanno a lor donne buon’ cognati stare.

Brevemente: Forese è “figliol di non so cui”, Simone Donati (la storia ci tramanda essere stato un poco di buono; ma, stavolta molto signorilmente, Dante ha evitato di toccare questo tasto) è un po’ come Giuseppe per Gesù. Il poveretto è sempre lì a temere che il figlio, che tutti conoscono per gran ladrone, tanto che, a chi gli passi vicino, ispira il naturale istinto di tenersi la borsa stretta, venga beccato a rubare. La terzina finale è terribile: si dice in giro che Forese e tutti i sui fratelli si comportino, con le rispettive mogli, come dei “cognati” (e si ritorna all’accusa di insufficienza maritale); oppure, a scelta, che i cognati della famiglia Donati se la intendano tra loro.
Si noti che la violenza delle ingiurie è tanta che Dante arriva a compiere un atto “sacrilego”: “Cristo” (che, per un cristiano, non dovrebbe nemmeno mai essere nominato invano) fa rima con “tristo” (che nell’italiano medievale non vuole dire “triste”, ma indica una miseria morale estrema; in determinati contesti, vedi nel Decameron, sta anche per “omosessuale”) e “malacquisto”. Di questo sacrilegio Dante farà ammenda nel Paradiso, dove, in quattro luoghi e caso unico in tutta la Commedia, il vocabolo “Cristo” rima solamente con se stesso (XII 71-5; XIV 104-8; XIX 104-8; XXXII 83-7).
Ma perché tanta violenza? I motivi possono essere rintracciati nelle burrascose vicende politiche del comune fiorentino, e nel fatto che i Donati erano tra i capi della fazione dei Neri (nel XXIV del Purgatorio Corso Donati, fratello di Forese, è definito, senza mezzi termini, “quei che più n’ha colpa” delle sciagure di Firenze). O forse è una mera posa poetica, chissà. Ma poco importa. Come poco si sa, ma poco deve importare, di quali siano stati, nella realtà, i rapporti fra i due contendenti, oppure di quali conseguenze abbiano avuto gli insulti scambiati in questi sonetti.
Nel mondo delle parole, intanto, passano gli anni, e Dante scrive la Commedia. In quale regno dell’oltretomba troveremo l’ormai defunto Forese? Se avete pensato nell’Inferno, vi sbagliate: lo troviamo nel Purgatorio, canto XXIII, ovviamente fra coloro che scontano il peccato della gola. E anzi, Dante si meraviglia di non averlo trovato un po’ più sotto, nell’Antipurgatorio, visto che Forese è uno che si è volto tardivamente alla fede (“Io ti credea trovar là giù di sotto, | dove tempo per tempo si ristora”). E questo espediente narrativo gli offre la possibilità di una palinodia, che comincia con una tardiva riabilitazione della figura della moglie di Forese, Nella, che col suo “pianger dirotto”, i suoi “prieghi divoti” e i “sospiri”, ha fatto fare al marito un bel balzo in su nella scala della purificazione dei peccati. Siamo ben distanti dall’immagine “di donna smaniosa e invelenita contro il marito” (Sapegno) della tenzone: Nella, la dolce e devota Nella, così diversa dalla odierne “sfacciate donne fiorentine” che vanno in giro “mostrando con le poppe il petto”.
Chissà, forse all’epoca non esisteva l’istituto della “querela per diffamazione a mezzo stampa”, tanto abusato oggi (come se, tra l’altro, i nostri tribunali non fossero già ingolfati da problemi ben più pressanti). Che poi, finché quest’arma viene brandita dai potenti per intimorire e zittire qualche comico o giornalista scomodo (ne sa qualcosa Sabina Guzzanti, che ha raccontato la faccenda nel bel Viva Zapatero!), vabbè: quelli non sono nemmeno “omminicchi”, ma forse neppure “quaquaraquà”, che ci si può aspettare? Ma se poi se ne abusa tra persone intelligenti, che vivono in un mondo virtuale che non ha nemmeno la “tiratura” di un misero quotidiano locale (tra blogger, ad esempio), e per scambi dialettici ben più leggeri di quelli tra Forese e Dante, beh, allora si sfiora il ridicolo.
Chiediamoci: se Forese, invece di rispondere agli attacchi, avesse querelato Dante, come sarebbe passato alla storia? Come uno che non ha saputo stare al gioco e che ha aumentato i già considerevoli problemi del buon Dante Alighieri, probabilmente.
Invece, di suo, ci sono stati tramandati (probabilmente solo grazie al fatto di fare parte di una tenzone con il grande Dante) ben tre sonetti; mediocri sì, fin che vuoi: ma ci sono rimasti.
Ma, soprattutto, i bellissimi versi (115-126) del XXIII del Purgatorio, quando Dante fa i conti con i cosiddetti “anni del traviamento” e ne fa ammenda proprio rivolgendosi a Forese:

Perch’io a lui: “Se tu riduci a mente
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancor fia grave il memorar presente.
Di quella vita mi volse costui
che mi va innanzi, l’altr’ier, quando tonda
vi si mostrò la suora di colui”,
e ‘l sol mostrai; “costui per la profonda
notte menato m’ha de’ veri morti
con questa vera carne che ‘l seconda.
Indi m’han tratto sù li suoi conforti,
salendo e rigirando la montagna
che drizza voi che ‘l mondo fece torti.
…”

E il tenerissimo commiato tra i due, nel canto successivo (XIV 73-6):

sì lasciò trapassar la santa greggia
Forese, e dietro meco sen veniva,
dicendo: “Quando fia ch’io ti riveggia?”.
“Non so”, rispuos’io lui, “quant’io mi viva;
…”

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  1. Non l’avevo fatto perché mi sentivo troppo coinvolto. Però questo post – più lo rileggo – e più mi pare bellissimo.

  2. Hai visto? Superciuco ti ha dedicato uno dei suoi trascurabili post.

  3. incredula

    Tra l’altro superiuk su suo blog scrive:
    “Credo, da sempre, assai poco, diciamo niente, all’arma del tribunale e della censura e penso che gli insulti siano ampiamente eloquenti del livello di chi utilizza l’offesa al posto del ragionamento.”

    Hm, sul blog della F*** e di segnavia però ha scritto cose opposte. Che abbia ripreso coscienza durante la notte e perciò cambiato il suo credo?

    Per quanto riguarda insulti e idiozie, il nostro non lo batte (quasi) nessuno, ho fatto una piccola raccolta esemplificativa della scorsa settimana (le figurine panini qui all’estero non le prendo…):

    Ti vanti dell’intervista, dovresti chiuderti in rigoroso silenzio per anni.. Puoi naturalmente, anche in questo caso, come da consolidata tua tradizione personale, dire di non aver mai detto o fatto o pensato. O, fulminato sulla via di Damasco, potresti cambiare idea..,

    Questo continuo tentativo che fai di sminuire gli altri non ti porterà lontano. Potremmo dire che F*** mi ha letto molto bene, a differenza tua…

    Per scrivere qualcosa di sensato, professo’, devi copiare quel che scrivo io… Leggendari. Risposte? ZEROOOOOOOOOOOOOOOOOOO

    Quello che scrivi è assurdo, scusami. E ripeti sempre la solita smenata dell’esempio da darti. Se volessi farti da abbecedario te lo direi.
    Sostenere che qui non esiste segregazione razziale è come dire che la luna è il sole.. ciao..

    DOpo il proclama ètrangeriano (che immagino stia raccogliendo i soldi per pagare la sicura condanna) condito da appelli a Dio, nel miglior stile nazionalpopolarecologico, ecco che arriva o’professore, fedele pard, che, invece di tirar fuori il babà dell’arguzia, inallena una figura di caciocavallo dietro l’altra. Cosa c’entra la Storia ROmana con M*** non lo so.

    Chi sia tu, caro Mur, per dare patenti ed attributi, mancandoti quelli elementari di buona educazione, non lo so.
    Leggo che fai l’insegnante. Una volta si diceva l’educatore. Quel che leggo è solo il nulla. Forse hai avuto troppe panelle da piccolo.

    Sei nella storia, ètranger..
    Ora convinci a visitare il Museion l’italico di Oltri che lucida l’auto comprata a rate e la moglie in tanga al Sabato, dopo essersi caricato con un bel pornazzo preso da Blockbuster

    Io e Roland siamo culo e camicia. Piu’ culo, direi

    STOP APARTHEID

    Last but not least:

    “Concetta, leggo di querele e di M*** che chiude il sito.. Le spese legali di M*** vorrei fossero divise tra chi ama la libertà. Ci sono avvocati, in Forza Italia, che lo potrebbero patrocinare? Gratis? Vedremo quel che viene fuori”

  4. incredula

    ps: Queste sono solo quelle di “segnavia”, cosa faccia e dica altrove non lo so….

  5. Oh, Superciuco è il solito, non capisce una mazza, ma ci ricama su un testo maldestro. Buon per lui.

  6. Bello!
    Se lo rivedi omettendo i riferimenti locali, potremmo proporlo a Zibaldoni, che ne dici?

  7. Troppo gentile.
    Grazie per la visita e spero a presto.

  8. Bene, allora quando l’hai sistemato mandamelo a questo indirizzo e-mail: stezangrando[at]hotmail.com, oppure, se dovesse rispedirti indietro il messaggio, scrivi a quello pubblicato sul mio blog. A presto.

  1. 1 Dedicato a… « Sentieri Interrotti / Holzwege

    […] https://gattomur.wordpress.com/2008/06/08/63/ […]




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