Pensiero natalizio

NOTA: Il caro Enrico mi ha inviato una riflessione a partire da una vignetta di Bucchi, che ho potuto riprendere qui grazie alla versione digitale pubblicata sul blog guerriglia. Ovviamente questo commento starebbe meglio lì: spero che all’amministratore di quel blog non dispiaccia. Se ovviamente l’autore della riflessione e il gestore di quel blog lo ritenessero, il testo può essere spostato lì.

bucchi_futuroandatoamale

La vignetta di Bucchi è un piccolo capolavoro. Basta darle un’occhiata rapidissima per ritrovarsi all’improvviso in una pagina di Augé che rilegge il rapporto Fukuyama-Lyotard sulla scorta di alcune considerazioni di Derrida:

“Quando Francis Fukuyama parlava di “fine della storia”, non intendeva dire che non ci sarebbero stati più eventi, ma soltanto che il modello ideale costituito dal mercato liberista e dalla democrazia rappresentativa era stato raggiunto e che il suo carattere ottimale non era più in discussione. Sebbene nessuno vi avesse ancora avuto accesso, erano tutti d’accordo nel ritenere che esso rappresentasse il termine e lo scopo ultimo della storia. Un’altra espressione ben nota è “la fine dei grandi racconti”, con cui Lyotard designa i grandi miti relativi al futuro nati in epoca moderna, a partire dal XVIII secolo, che parlavano di un domani migliore, di un’organizzazione utopica del mondo. Queste utopie sono morte nel XX secolo, sono di fatto sfociate in catastrofi storiche di dimensioni colossali. È precisamente a questo fenomeno che si riferisce Lyotard parlando di fine dei grandi racconti: non esistono più grandi racconti relativi al futuro. Ma la fine dei grandi racconti non coincide affatto con la fine della storia: anche la fine della storia di cui parla Fukuyama è una sorta di grande racconto. Nel suo libro Gli spettri di Marx, Jacques Derrida si chiede se la fine della storia, vale a dire la priorità indiscussa del sistema liberista associato alla democrazia rappresentativa, sia una descrizione dello stato delle cose o non piuttosto una proiezione nel futuro: nei testi di Fukuyama esiste infatti una contraddizione di fondo, quella che lo spinge ad annunciare una “buona novella”, ma ancora di là da venire. Questo tentativo di Fukuyama potrebbe dunque essere letto come la versione liberista di ciò che Lyotard definiva “grande racconto”. In ogni caso, i problemi legati a questo tipo di rappresentazione dimostrano chiaramente che abbiamo difficoltà a pensare il futuro”.

La fine della storia è precisamente il racconto che narra l’impossibilità di grandi racconti ulteriori. È una specie di finestra temporale sempre aperta che mette in contatto la tua stanzina ammobiliata con il mondo che verrà: ogni tanto ti ci sporgi con l’ansia di scoprire un paesaggio nuovo, ma ci vedi soltanto l’interno della tua cameretta.

Il “terribile odore” di cui parla Bucchi è l’emanazione maleolente dell’ennesimo “grande racconto” andato a male. Con una complicazione: quel grande racconto è il nostro presente ma è anche il futuro che è già qui. Per chi abita un presente nel quale non è più possibile progettare il futuro, il futuro è forse la frantumazione del presente in “grandi racconti sempre più piccoli” (nazionali, etnici, neotribali). Quello che viviamo è un tempo bloccato eppure rapidissimo, che parla il linguaggio verminoso della putrefazione.

[Qui il post al quale devo la vignetta]

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  1. In quale libro di Augé si trova la citazione che hai fatto?

  2. Enrico

    Il libro è “Tra i confini”, Bruno Mondadori.




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