Per-dono

malevic bianco su bianco

Non amo ricevere regali. Chissà, forse è un residuo dello spirito contadino che mi porto dietro: ricordo ancora le scenate, veramente incomprensibili, di mio padre, quando qualcuno si presentava con un dono (cos’era a muoverlo? il pensiero di non essere degno del regalo? il rimpianto per il denaro speso dal donatore, che avrebbe potuto essere speso meglio? boh); oppure mia nonna, quando qualcuno le regalava, chessò, una maglia, per farle dismettere quella lisa: macché, il dono finiva in un baule, per paura che si rovinasse, e non veniva mai usato (quando morì, il baule era pieno di cose mai usate, nemmeno una volta). O forse il timore di non volere essere “comprato” con un dono? O, forse, considerazioni più generiche sulla decadenza dell’arte del dono nella nostra società?
Non lo so, non mi sembra di essere spinto da motivazioni simili; so solo che, se qualcuno mi regala qualcosa, sono preso da una strana insoddisfazione: avrei preferito di no. Devo sforzarmi molto per fingere di avere gradito: e questo anche se il dono è un oggetto veramente gradito, qualcosa di cui avevo bisogno, qualcosa che desideravo di avere. Prevale il sentimento negativo per essere stato fatto oggetto di un dono.
Questo è periodo di regali: ho la fortuna, però, di essere ormai conosciuto da chi mi circonda. Quindi, praticamente, non ricevo regali, se non piccoli “simboli” dell’affetto: un libro di ricette; un berretto caldo, per quando esco all’alba in bicicletta per andare al lavoro; del cibo. Perfetto.
Se cerco di dare un tono filosofico a questa mia dono-fobia, mi viene in mente la cupezza dell’Adorno dei Minima moralia:

N o n    s i    a c c e t t a n o    c a m b i. Gli uomini disapprendono l’arte del dono. C’è qualcosa di assurdo e di incredibile nella violazione del principio di scambio; spesso anche i bambini squadrano diffidenti il donatore, cose se il regalo non fosse che un trucco per vendere loro spazzole o sapone. In compenso si esercita la charity, la beneficenza amministrata, che tampona programmaticamente le ferite visibili nella società. Nel suo esercizio organizzato l’impulso umano non ha più il minimo posto: anzi la donazione è necessariamente congiunta all’umiliazione, attraverso la distribuzione, il calcolo esatto dei bisogni, in cui il beneficato viene trattato come un oggetto. Anche il dono privato è sceso al livello di una funzione sociale, a cui si destina una certa somma del proprio bilancio, e che si adempie di mala voglia, con una scettica valutazione dell’altro e con la minor fatica possibile. La vera felicità del dono è tutta nell’immaginazione della felicità del destinatario: e ciò significa scegliere, impiegare tempo, uscire dai propri binari, pensare l’altro come un soggetto: il contrario della smemoratezza. Di tutto ciò quasi nessuno è più capace. Nel migliore dei casi uno regala ciò che desidererebbe per sé, ma di qualità leggermente inferiore. La decadenza del dono si esprime nella penosa invenzione degli articoli da regalo, che presuppongono già che non si sappia che cosa regalare, perché, in realtà, non si ha nessuna voglia di farlo. Queste merci sono irrelate come i loro acquirenti: fondi di magazzino fin dal primo giorno. Lo stesso vale per la riserva della sostituzione, che praticamente significa: ecco qui il tuo regalo, fanne quello che vuoi; se non ti va, per me è lo stesso; prenditi quacosa in cambio. Rispetto all’imbarazzo dei soliti regali, questa pura fungibilità è ancora relativamente più umana, in quanto almeno consente all’altro di regalarsi quello che vuole: dove però siamo agli antipodi del dono.

[Theodor W. Adorno, Minima moralia, parte prima, 21]

Già, come dargli torto.
Però fare regali mi piace molto. E talvolta penso: ma se la persona cui faccio il dono ha i miei stessi pensieri? Ma poi penso alla solita cosa, che cioè che sono io a essere contorto, gli altri sono molto più equilibrati di me, e quindi gradiranno.
E mi viene in mente la forma più bella del dono, quella descritta così bene da Roland Barthes:

Il regalo amoroso viene cercato, scelto e comperato in uno stato di grande eccitazione – un’eccitazione tale che essa sembra appartenere alla sfera del godimento. Io valuto attivamente se quell’oggetto sarà bene accolto, se non deluderà, o se, al contrario, sembrando troppo impegnativo, metterà in risalto il delirio – o l’illusione – di cui sono preda. Il regalo d’amore è solenne; trascinato dall’insaziabile metonimia che disciplina la vita immaginaria, io mi traspongo tutt’intero in esso. Attraverso questo oggetto, io ti do il mio Tutto, io ti tocco con il mio fallo; è per questo che io sono follemente eccitato, che corro da un negozio all’altro, che mi ostino a cercare il feticcio che vada bene, il feticcio splendente, riuscito, che si adatterà perfettamente al tuo desiderio.
[Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, voce DEDICA]

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  1. 1 Non per dono « GattoMur’s Weblog

    […] già espresso, un anno fa, la mia ritrosia a ricevere rebali (qui): e vale la pena di rileggersi quel mio post, non tanto per il suo valore in sé (che è mediocre) […]




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