Shakespeare’s Sister

Se William Shakespeare’s avesse avuto una sorella, dotata di talento come lui (“a wonderfully gifted sister, called Judith”), le sarebbe stato possibile scrivere le opere meravigliose scritte dal fratello, si chiede Virginia Woolf in A Room For One’s Own? Avrebbe potuto frequentare le stesse scuole del fratello? No, probabilmente:

Meanwhile his extraordinarily gifted sister, let us suppose, remained at home. She was as adventurous, as imaginative, as agog to see the world as he was. But she was not sent to school. She had no chance of learning grammar and logic, let alone of reading Horace and Virgil.

Si sarebbe invece ritrovata madre di bambini, in balia della violenza del marito. E allora l’unica via d’uscita, per lei sarebbe stata la morte e l’oblio (“killed herself one winter’s night and lies buried at some crossroads where the omnibuses now stop outside the Elephant and Castle”).

E lo stesso destino sarebbe toccato a qualsiasi donna:

[…] any woman born with a great gift in the sixteenth century would certainly have gone crazed, shot herself, or ended her days in some lonely cottage outside the village, half witch, half wizard, feared and mocked at.

Nel Sedicesimo secolo, scrive Virginia Woolf. Ma siamo sicuri, siamo proprio sicuri (o non è che una delle tante bugie che amiamo raccontarci) che, oggi, nel Ventunesimo secolo, le donne abbiano veramente le stesse opportunità degli uomini? Che non siano succubi del ruolo che la società assegna loro e che agli uomini fa tanto comodo conservare? Che non siano condannate al medesimo destino di impazzire, suicidarsi, o concludere la propria vita separati dalla comunità, mezze streghe, mezze maghe, temute e insultate?

[Leggi qui la riflessione di Virginia Woolf]

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  1. incredula

    Caro Gattomur,
    penso che le statistiche parlino chiaro: il posto più pericoloso per una donna è la propria casa. Credo che questo fatto la dice lunga…




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