La prima linea

Cosa succede quando si crede di essere l’avanguardia di un esercito di sfruttati, che s’immagina in lotta contro un oppressore, ma voltandosi ci si rende conto che dietro non c’è nessuno? Che quelli che dovrebbero in teoria appoggiare questa prima linea, in realtà la disconoscono come propria e ne hanno orrore?

Ho visto ieri il film di De Maria, che tante prese di posizione critiche, ancor prima della sua uscita, ha suscitato. E ancora una volta si ha l’impressione che il dibattito, nel nostro paese, avvenga per posizioni preconcette: si critica un film, non lo si reputa regno di finanziamenti pubblici o altro, senza in realtà averlo visto o averne letto la sceneggiatura.

“Pensavamo di avere ragione: invece avevamo torto. Solo che allora non lo sapevamo”. Sono tra le prime parole della “voce off” di Sergio Segio (Scamarcio) che, monocorde e senza emozioni, accompagna tutto il film. L’ammissione di un fallimento, umano e intellettuale. La presa in carico delle tante, troppe, morti inutili e assurde, che ieri apparivano necessarie all’interno di una strategia di lotta politica, oggi non sono altro che faccende personali: un padre strappato ai figli, un marito tolto alla moglie, un giovane cui è stata impedita la maturità.

Non c’è la minima traccia di possibile esaltazione di quegli anni e di quei gesti: nessun eroismo contorna i terroristi, freddi esecutori di condanne giustificate da deliranti proclami carichi di un insopportabile linguaggio pseudo-marxista e terzomondista.

Uno dice: sì, ma metti due bellissimi come Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno a fare la parte di Sergio Segio e Susanna Ronconi; come a voler dire: “Gli eroi son tutti giovani e belli”. Ma con grande abilità il viso di Scamarcio è reso inespressivo, quasi brutto; e Mezzogiorno porta avanti rigidamente una posizione ideologica al limite del ridicolo.

Rigidi lo sono entrambi: quando a Napoli una madre affida ai due falsi sposini il loro bambino da tenere in braccio, non ne sono capaci, sono bloccati, non ce la fanno. E subito dopo la scena in cui vanno a “gambizzare” il dirigente di una azienda, un gesto odioso accompagnato da una rivendicazione urlata senza espressività. Come totalmente privo di espressività è per tutto il film Scamarcio: un uomo morto dentro, che si muove sulla scena come un automa.

Non c’è la minima tentazione di giustificazione né di rivalutazione: Sergio-Scamarcio ha l’unico merito di avere capito prima di altri che tutto doveva finire; che l’esercito di sfruttati che pensavano di guidare in realtà non esiste; che quelli che dovrebbero appoggiarli invece li schifano e li detestano; che i terroristi vivono delle non-vite, prive di umanità e emozioni vere.

Emblematiche le scene su uno dei tanti assassinii assurdi attribuibili al gruppo: il buon giudice Emilio Alessandrini, uno che aveva fatto molto per le indagini su Piazza Fontana. Ma il gruppo ha deciso e bisogna farlo. L’assassinio odioso di un uomo giusto, che muove a indignazione anche lo spettatore, grazie al sapiente inserimento delle immagini di repertorio dell’affollatissimo e commovente funerale. E ci immedesimiamo dei genitori di Sergio e nell’amico Piero, che seguono sgomenti quelle immagini e sanno che il colpevole è il loro figlio e amico: ma da qui in poi si è aperta una fessura troppo ampia per essere più colmata.

Anche l’epico assalto al carcere di Rovigo, per liberare le quattro compagne: una sorta di “questione privata” che occupa molta parte nella trama. Tiriamo un sospiro di sollievo quando va a buon fine questa azione spettacolare, che potrebbe strapparci anche l’applauso per la maestria dell’organizzazione: lavoro pulito, nemmeno un morto. Ma anche qui la morte, assurda e inutile, schiaccia i terroristi sotto la cappa della vergogna: il pensionato che portava a spasso il cane e che non è stato allontanato in tempo prima dell’esplosione dei 20 chili di esplosivo che devono aprire un varco nelle mura di cinta è la definitiva condanna, che i terroristi stessi si infliggono ascoltando sgomenti la notizia alla radio.

Di Sergio rimane un’unica immagine gioiosa e sorridente: prima di “prendere la pistola”, con l’amico Piero, alle manifestazioni (incruente) di Lotta Continua. Tutto il resto è spreco, inutile violenza, esecuzioni spietate, vite di incolpevoli spezzate da una follia senza redenzione.

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  1. 1.
    “Marco non è più nostro. È preda di altri, ci sfugge. Se rientra a casa sono ormai soltanto scontri. Sono inflessibili come Stalin. Non lavorano, discutono, si sforzano per diventare più aridi, per non sentire più legami, perché tutti diventino estranei da combattere. Assassini, stragi, P38 sono per loro tappe rivoluzionarie. Tradiscono la nostra vita, l’onestà prima dell’affetto”.
    [D. Lajolo, Il merlo di campagna e il merlo di città, Rizzoli, Milano, 1983, p. 188]

    2.
    ostile all’inizio, poi disposto a discutere. Non è facile farsi intendere. Troppi fatti fanno barriera alla sua mente. Scandali, ipocrisie, compromessi, servilismo, viltà. Contro tutto questo loro sono in rivolta e hanno ragione. Sbagliano quando credono che si possa cambiare tutto e subito con la violenza. Ma chiediamoci: da quando ci hanno avvertito della loro insofferenza? Sono oltre dieci anni. Come ha risposto chi doveva capire, guidarli, e ognuno di noi? Abbiamo modificato i toni, dalla predica siamo passati al ragionamento, ma loro chiedono fatti. Na abbiamo fatti poco per loro e per una svolta. Eppure chi ha messo sotto i loro occhi i testi sacri dell’ideologia, chi ha fornito loro gli esempi sbagliati in cui questa ideologia è diventata dogma e immobilismo burocratico, armandoli così non di cultura ma di fanatismo e slogan?
    [D. Lajolo, Il merlo di campagna e il merlo di città, Rizzoli, Milano, 1983, p. 189]

    3.
    C’era chi si aspettava tre milioni di voti. Adriano Sofri era certo che a Torino Lotta Continua, da sola, sarebbe riuscita a raggiungere il quoziente. Io pensavo a 80-90mila voti. Tutta la lista ne ha avuti a Torino meno di 30mila, l’equivalente di un corteo, l’1,9% dei voti. In tutta Italia la sinistra rivoluzionaria ottiene 550mila voti, un disastro. La sinistra nel suo complesso, anche se ha un gran successo, non ottiene la maggioranza. Il contraccolpo è tremndo. Il giorno dopo il 20 giugno Lotta Continua è finita. Gruppi di ragazzi molto giovani, difficilmente al di sopra dei ventidue-ventitré anni, cominciano a guardare con attenzione alle esperienze della lotta armata. L’astensione del Pci regalata alla Dc, la prospettiva di un’alleanza durevole tra i due maggiori partiti, mutano il giudizio sulle formazioni armate. I brigatisti diventano cos’ quelli che hanno fatto la scelta giusta; quelli che non si sono fatti distruggere dalle sconfitte elettorali. Diventa così automatica l’esaltazione dell’organizzazione clandestina ristretta, il nucleo d’acciaio.
    [Corrado Stajano, L’Italia nichilista: il caso di Marco Donat Cattin, la rivolta, il potere, Mondadori, Milano, 1982, pp. 61-65]

    4.
    Dall’interno dello schieramento moderato alcune forze riterranno di poter usare l’estremismo e poi il terrorismo rosso, per proseguire, con altri strumenti, la strategia della tensione; oppure semplicemente preferiranno lasciare mano libera alla violenza estremistica, che imbarazzava, screditava e nel contempo erodeva da sinistra i partiti comunista e socialista e i sindacati, inficiandone la capacità di rappresentanza sociale. Senza queste spregiudicate coperture, né la violenza estremistica avrebbe potuto dispiegarsi impunita per un incredibile decennio, né il terrorismo rosso svilupparsi pressoché indisturbato sino al delitto Moro. Il terrorismo poteva essere stroncato sul nascere, almeno sin dal 1972, e ridotto a fenomeno sporadico.
    [A. Ventura, “Il problema delle origini del terrorismo di sinistra”, in AA.VV., Terrorismi in Italia, il Mulino, Bologna, 1984, p. 120]




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