Limatura di cervello

Viaggiare, diceva Michel de Montaigne, è come limare il proprio cervello con quello di un altro.

Ma, come scriveva Lévi-Strauss nella conclusione di Tristi Tropici, i viaggi sono finiti: noi uomini moderni non ce li possiamo più permettere.

Allora anche un viaggio a Bolzano (da Trento: capirai!) può essere una buona occasione per apprendere qualcosa di nuovo. Ecco cosa ho visto e sentito oggi, andando a Bolzano.

Sono salito sul treno regionale alle 12.05. E già in stazione ho imparato qualcosa di nuovo: non è più possibile viaggiare tranquillamente a Nord di Verona. Già ne avevo letto sui giornali, ma oggi l’ho toccato con mano: non solo non è più possibile usufruire dell'”abbonamento integrato” sui treni EuroCity; ma proprio non esistono quasi più questi treni. E qui pochi rimasti sono gestiti da una società estera: se anche si volesse prenderli, il biglietto lo devi fare via internet, e il costo del viaggio è adeguato ai prezzi oltre Brennero (quindi è alto). Hanno anche eliminato qualsiasi collegamento diretto con Roma: anche arrivare, chessò, a Firenze, comincia diventare un’avventura.

Io quest’anno sono molto fortunato: dopo un decennio di pendolarismo, finalmente lavoro nella stessa città nella quale vivo. Quindi il problema, quest’anno, non mi tocca direttamente. Ma è mai possibile che due capoluoghi di provincia, Trento e Bolzano, siano praticamente tagliati fuori dal resto del territorio nazionale? Che politica di incentivo del mezzo pubblico è, quella che rende un’avventura anche il viaggio (qui penso a mia madre) tra Bressanone e Trento?

Vabbè, passiamo oltre.

Salgo sul treno. Un ragazzo e una ragazza, età apparente 20-25 anni, forse studenti, parlano: lei gli sta chiedendo se ha visto cosa è successo a Berlusconi. Parlano in tono scanzonato, quasi divertito. Lei dice: “Si è rotto il naso e due denti. Ma tanto per lui non è un problema rifarsi il naso e i denti”. Il tutto ridendo. Poi, qualche frase dopo: “Non mi stupirei che fosse tutta una montatura: sai, periodo di Natale, calo dei consensi…”. O santa pazienza! Per fortuna, dopo un po’ cambiano discorso e posso concentrarmi sui miei libri.

Arrivo a Bolzano, e scopro un’altra cosa: sono finiti alcuni lavori di ammodernamento delle stazione, ora uscire, forse, sarà più facile, la mattina, quando convergono assieme vari treni di pendolari da diverse direzioni.

Poi scopro che l’autobus 5, all’andata, prende una strada leggermente diversa: cioè  adesso, arrivato in vista del monumento alla Vittoria, passa a destra e non a sinistra (speriamo non sia una metafora per le prossime elezioni). Mi sembra che si chiami corso Libertà. Vabbè, poca roba.

Ma poi scopro la cosa più sconvolgente: la casa di fronte al liceo classico ha subito una tinteggiatura dei muri esterni. E cosa non c’è più, eh? No, non ci posso credere, l’hanno cancellata. Hanno cancellato una scritta che da anni campeggiava sul muro:

Alfonso Traina ti amo

Nooooo, perché? Dovevano preservarla, come un monumento. Una scritta così, con quella sua struttura chiasmica delle vocali iniziali (A : T : T : A), con quella sua struttura metrica ben riconoscibile (un novenario, con struttura ritmica da fare invidia al Carducci “barbaro”: U | _ U U | _ U U | _ U). Una scritta così, di fronte al classico: no, perché? E non ho mai scoperto la mano che l’aveva tracciata; anzi, colgo l’occasione e chiedo: se il genio che aveva scritto quella frase di fronte al classico di Bolzano sta leggendo, per favore, mi faccia sapere chi è, voglio almeno complimentarmi.

Evvabbè, con il dolore nel cuore accetto la dura realtà: come minimo, adesso, qualche imbecille scriverà qualcosa del tipo “Tu e io a tot metri sopra il cielo” o “TVTTB xxx”. Al posto di “Alfonso Traina ti amo”: vi rendete conto?

Mi consolo constatando che Bolzano è sempre il regno della bellezza femminile: chissà perché, ma a Bolzano le donne sono molto belle, più che altrove. Qualche giorno fa Incredula l’aveva fatta un’ipotesi: “le Bolzanine sono belle, ma anche perché molto „acconciate“”. Forse ha ragione, ma a me le donne “acconciate” mi garbano parecchio.

Ma ho riservato alla fine la scoperta più sconvolgente (quella della scritta è la più dolorosa): sui treni è tornata la figura del controllore. Sì, perché sia all’andata che al ritorno mi hanno controllato il biglietto! Incredibile, davvero.

Qualche giorno fa se ne era discusso sul blog di Gadilu (qui). E insomma, al secondo controllo della giornata (pazzesco, andata e ritorno, incredibile) ho detto al controllore: “Bene, allora siete tornati. Mi fa piacere!”. E lui, molto gentile: “Eh, sì”. E io allora gli ho esposto la mia teoria: vent’anni che non esistevano più i controllori, qualcuno ci ha preso gusto a viaggiare gratis. E lui: “Mah, sa, chi viaggiava senza biglietto prima, viaggia senza anche adesso”. E qui si apre alla confessione: “Per noi è difficile, sa? Non ce la facciamo proprio, da soli. Guardi, ad esempio, stamattina, a Domegliara: ho dovuto chiamare la polizia. Erano in sei, molto violenti, non mi permettevano di far partire nemmeno il treno, io li dovevo far scendere”.

Grandissimo: in tutto il suo discorso non ha fatto un cenno alla nazionalità: ha parlato, sempre, di personaggi poco raccomandabili etc. Nessun accenno a una qualche polemica xenofoba, niente. L’ho amato, e gli ho fatto gli auguri per il suo lavoro, m’immagino sempre un po’ difficile, sempre in situazioni di tensione.

Preparandomi a uscire, nell’atrio ho ascoltato quello che il controllore e i due poliziotti che lo “scortavano” si dicevano: “No no, quelli che vengono qui per lavorare si fanno l’abbonamento e viaggiano col documento, problemi non ne vogliono avere”, diceva un poliziotto. E poi: “Ad esempio, quei due prima: erano in regola. Sono tranquilli, non vogliono avere problemi”. E l’altro: “Eh, sì, erano senegalesi; quelli sono una delle prime popolazioni che sono venute qui; vogliono stare tranquilli”.

E poi ha concluso, con una parola bellissima, che non ho ancora ben capito se è dialettale (veneto, m’immagino) o se è anche italiana: “Altri no, altri sono malmostosi”.

E su questa parola, così bella (che ancora non ho ben capito che sfumatura racchiuda), il treno si è fermato e io sono sceso.

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  1. La geniale scritta «Alfonso Traina ti amo» è uno di quei “complementi d’arredo urbano”, magari anche recenti, che ti paiono esserci sempre stati. Credo ci fosse anche ai miei tempi da studentello, anche se potrei sbagliarmi. Adesso davanti al Carducci campeggia una specie di vignetta-spray con il seguente dialogo: «Athos ai (sic) scopato 20 tipe?». «No solo il loro pavimento», la più o meno letterale risposta. Cambiano i tempi, mio caro. E non ci sono nemmeno più le mezze stagioni 🙂

    PS: a dar retta al De Mauro, “malmostoso” è un lombardismo, entrato ormai a pieno titolo nella lingua nazionale, di cui non disdegno affatto l’uso (fa tanto Gadda).

    PS bis: d’accordo, la lingua cambia in continuazione, ma spero di non esserci più, quando la “h” sarà definitivamente scomparsa dalla coniugazione del verbo “avere”.




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