“Il modo un po’ speciale in cui sono comunista”

Non potrei nemmeno cominciare senza parlarti del modo un po’ speciale in cui sono comunista, il quale, in Italia, è un modo un po’ speciale di numerosi militanti. Io non mi sono iscritto al Partito Comunista Italiano per motivi ideologici. Quando mi sono iscritto non avevo ancora avuto l’opportunità di leggere una sola opera di Marx, o di Lenin, o di Stalin. Debbo dirti a questo proposito, perché tutto sia il più possibile chiaro anche sul conto del “Politecnico” e sulla sua posizione culturale, che io sono esattamente l’opposto di quello che in Italia s’intende per “uomo di cultura”. Io non ho studi universitari. Non ho nemmeno studi liceali. Potrei quasi dire che non ho affatto studi. Non so il greco. Non so il latino. Entrambi i miei nonni erano operai, e mio padre, ferroviere, ebbe i mezzi per farmi appena frequentare le scuole che un tempo si chiamavano tecniche. Quello che io so o credo di sapere l’ho imparato da solo nel modo vizioso in cui si impara da solo. Le lingue straniere, per esempio, le so come un sordomuto: posso leggere o scrivere in esse, tradurre da esse, ma non posso parlarle né capire chi le parla. Io rido di chi riduce il problema della cultura popolare a un problema unicamente di semplificazione se penso a come l’ho visto risolvere, avendo tredici, quindici, sedici anni, dal gruppo di operai siracusani con i quali mi scambiavo libri e gusti. Noi non esitavamo dinanzi a nessuna difficoltà di lettura. Prendevamo, ad esempio, la Scienza Nuova di Vico e se alla prima lettura non comprendevamo nulla, leggevamo una seconda volta e comprendevamo qualchecosa, leggevamo una terza e comprendevamo di più… E quei miei compagni di studi trovavano tempo di far questo dopo otto ore ogni giorno di lavoro manuale. Né erano dei geni. Ora sono semplicemente degli operai che possono affrontare qualunque lettura e dare del filo da torcere a qualunque professore crociano. Ma il metodo dell’autodidatta è vizioso, si lascia dietro cattive abitudini, lacune, imperfezioni irrimediabili. Io so tutto questo di me stesso, e, pur non rifiutando di appartenere alla cultura, e di militare ormai nella cultura, di avere dei doveri culturali, non è proprio come professionista di “cultura” che mi sono iscritto al nostro Partito.

Non avevo letto una sola opera di Marx, ripeto, quando mi sono iscritto… Ai tempi della mia euforia di autodidatta i testi di Marx non si trovavano già più nel mondo dei libri, almeno a Siracusa. I libri che vi si trovavano erano della Biblioteca Universale Sonzogno, erano di Laterza, erano di Bocca, erano di Carabba. Marx, purtroppo, non era mai uscito, in Italia, dalla cultura politica di partito, non era mai entrato nella Cultura con la C maiuscola, e tutti coloro che nel ’22 avevano dieci o dodici anni, dovevano scontarlo tra i ceppi dell’idealismo crociano e non crociano. Dunque io non aderii a una filosofia iscrivendomi al nostro Partito. Aderii a una lotta e a degli uomini. Io seppi che cosa fosse il nostro Partito da come vidi che erano i comunisti (a cominciare da Mario Alicata, che fu il primo comunista da me conosciuto). Erano i migliori tra tutti coloro che avessi mai conosciuto, e migliori anche nella vita di ogni giorno, i più onesti, i più seri, i più sensibili, i più decisi e nello stesso tempo i più allegri e i più vivi. Per questo ho voluto essere nel Partito Comunista: per essere con i soli che fossero buoni e insieme coraggiosi, e insieme non disperati, non avviliti, non aridi, non vuoti; per essere con i soli che già allora (nel ’41, nel ’42) lottassero e credessero nella lotta loro; per essere con i soli che, quando ragionavano da rivoluzionari. Non fu perché fossi culturalmente marxista. Dopo il 25 aprile io ho cominciato a studiare i testi marxisti; ma mi guarderei bene dal chiamarmi per questo un marxista. Io ora trovo nel marxismo una fonte di ricchezza culturale, che mi arricchisce. Vi trovo vita per il mio cervello: propriamente dell’acqua viva nel senso che è scritto sull’Evangelo di Giovanni; qualche volta, qua e là, anche dell’acqua morta; ma penso che per chiamarmi marxista non basterebbe ch’io completassi i miei studi del marxismo e aderissi in ogni punto al marxismo e lo accettasi in ogni sua conseguenza; questo per me sarebbe un modo passivo e inutile, non produttivo, di essere marxista; e penso che per chiamarmi marxista dovrei essere in grado di apportare io qualche cosa al marxismo, e di arricchire io il marxismo, di essere io stesso acqua viva che affluisce nell’acqua viva del marxismo.

Conosco più di un compagno, tra gli ultimi conosciuti, che sarebbe capace a questo punto, di obbiettarmi: “Perché, se non sei un marxista, fai il ‘Politecnico’? Perché parli? E parli anche a noi? Perché scrivi? Perché non ti limiti ad imparare?” Egli pensa, cioè, che non essendo (o non chiamandomi) marxista, io non possegga la verità, e dovrei fare a meno di parlare, per coerenza di comunista. Ma una simile mentalità io so che tu sei il primo a volerla combattere nei nostri stessi compagni. Il diritto di parlare non deriva agli uomini dal fatto di “possedere la verità”. Deriva piuttosto dal fatto che “si cerca la verità”. E guai se non fosse così soltanto! Guai se si volesse legarlo ad una sicurezza di “possesso della verità”!. Lo si legherebbe alla presunzione del possedere la verità, e non parlerebbero che i predicatori, i retori, gli arcadi, tutti coloro che non cercano. La cultura ridiventerebbe clericale come era prima del protestantesimo, o darebbe di nuovo lo spettacolo filisteo che tanto sconcertava Carlo Marx nella Germania del suo tempo. Se Marx pensava che attraverso il suo metodo si dovesse farla finita per sempre con ogni forma di filisteismo era perché appunto pensava che il suo metodo fosse di ricerca e non di possesso, e perché appunto pensava che tutto il parlare degli uomini dovesse ormai avvenire in funzione di ricerca e non di possesso. Io credo, perciò, di potere militare tranquillamente nel nostro Partito anche senza chiamarmi marxista; e di potervi militare non solo imparando ed ascoltando, ma anche parlando, anche scrivendo, anche facendo la rivista che è il “Politecnico”.

[ Elio Vittorini, Politica e cultura. Lettera a Togliatti, in “Il Politecnico”, 35, gennaio-marzo 1947, pp. 2-3 ]

[ Questo post è in funzione di questa discussione ]

[ Un bel ritratto di Vittorini qui ]

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  1. da

    grazie per l’impegno, gatto. anch’io sono diventato comunista per motivi simili, umani molto prima che ideologici. ma questo non servirà a capire di più, come non serve dire che tanti sono diventati comunisti pur sapendo dei crimini dello stalinismo, e sapendo che in italia una cosa del genere non sarebbe mai potuta accadere. il comunismo reale è stato quello sovietico, e la terza via non si è mai neanche avvicinata ad essere realtà. oggi io salvo poco del pensiero marxiano, e quasi nulla del movimento marxista. la migliore pensatrice del marxismo classico (che si contrapponeva a un capitalismo altrettanto classico) fu Rosa Luxemburg, con la sua condanna immediata del sovietismo. Poi possiamo anche appellarci a Pasolini (il mio Pasolini), ma ne facciamo solo l’ennesima spettacolarizzazione in quanto “eretico” (ma lui era eretico anche rispetto all’eresia: votò sempre pci; lui era eretico perchè era un uomo).
    Quello su cui c’è da tenere duro è che nel comunismo c’è un’attenzione alla comunità, ad una domanda di comunanza, che oggi più che mai altra rispetto all’ individualismo, ” che è la faccia individuale del progetto capitalista” .

  2. Grazie a te per la visita e il commento, che condivido molto.
    Sì, dirsi “comunista” dopo la dimostrazione del fallimento dei comunismi reali è difficile, forse anche offensivo. Ma, forse, questa pagina di Vittorini ci può ricordare che si può essere comunisti in tanti modi, magari anche ignorando o non accettando la linea “ortodossa”: e in Italia la fecero in molti, questa scelta “eretica”. Oggi va molto di moda disprezzare il “comunismo”, inteso come parola-jolly, categoria ampia dentro la quale buttare tutte le cose negative. “Chi non salta comunista è!”, scandivano in coro i fan, i fedeli del Cavaliere durante la manifestazione seguita poi, ahimè, dall’aggressione. E ci dimentichiamo, troppo spesso, dei tanti “comunisti” che hanno combattuto per la libertà del nostro paese, e hanno contribuito alla stesura della Costituzione, e hanno sostenuto le lotte dei lavoratori etc.

  3. Anch’io ti ringrazio per la trascrizione, che da sola (a volerla leggere) sarebbe bastata a troncare (o almeno rendere più produttiva) l’ormai famigerata discussione. L’egemonia che riconosco, che ammetto, esattamente in questo consisteva: l’altrove, per certe sensibilità ed in QUEL contesto post-bellico, era davvero impraticabile. Io stesso avrei forse potuto trarre maggiori soddisfazioni, in altre case alloggiando, ma era lì che sentivo di dover stare. Ed è lì, in quella casa dai muri diroccati che, malgrado tutto, mi piace e trovo giusto rimanere.

  4. Sì, mi sembrava, in quel momento della discussione da Gadilu, un buon testo sul quale riflettere. Comunque vorrei aprire una sorta di “rubrica”: dove presentare declinazioni e interpretazioni diverse di chi ha vissuto l’esperienza del “comunismo”.
    Insomma, un lavoro di antiquariato…




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