“La schiavitù è libertà”

Il titolo di questo post rieccheggia una massima in stile “Grande Fratello” (nel senso di Orwell), è evidente. Ma cosa c’entra la “Neolingua” con Philp Roth?

Quella che leggerete è una storia allucinante, una storia di ordinaria “(dis)informazione di regime”: nulla di nuovo, insomma, per la cultura del nostro misero paese…

Ma andiamo con ordine, ammettendo subito che ciò che leggerete è molto noto, diffusissimo in rete, basta fare una veloce ricerca per trovare moltissime pagine: non scopro nulla, insomma. Lo ripropongo perché sia di scorno a sedicenti giornalisti (Tommaso Debenedetti), opinionisti quotati (Pierluigi Battista) o direttori di fogliacci che, citando il carme XXXVI di Catullo, non potrebbero essere definiti se non “cacata carta” (Maurizio Belpietro).

Libero. Libertà. Il popolo della libertà. Che bella parola. Essere liberi, avere la libertà: in questo caso la libertà è addirittura quella di inventarsi interviste e scriverci sopra dei commenti…

La storia è questa: il 22 novembre 2009 (giorno del mio compleanno, che bel regalo: quelli di Libero devono essere venuti a conoscenza che Roth è uno dei miei scrittori preferiti) il quotidiano diretto dal killer Belpietro pubblica un’intervista a niente popodimeno che Philip Roth: wow, che scooppone! Non è che Roth sia lì a concedere interviste a tutti. Non c’è dubbio che il quotidiano stesso se ne possa vantare, eccome: se Roth ha scelto proprio Libero un motivo ci sarà!

E cosa dice, in sostanza, questa intervista? Lo dichiara subito il primo capoverso:

«Obama? Una grandissima delusione. Sono stato fra i primi a credere in lui, ad appoggiarlo, ma adesso devo confessare che mi è diventato perfino antipatico». Philip Roth, forse il più illustre dei narratori americani d’oggi, autore di capolavori quali Lamento di Portnoy, Pastorale americana, Zuckerman scatenato e, da poco uscito in Italia, Indignazione, esprime con forza, per la prima volta, il suo giudizio fortemente negativo sull’attuale Presidente Usa. Ci tiene a farlo subito, nella nostra conversazione telefonica.

[Detto per inciso: se cercate l’intervista sul sito di Libero non la trovate più, è stata rimossa. Ma per fortuna la rete ha la sua memoria, che si chiama cache, e la potete leggere qui.]

Dopo una manciata di capoversi dedicati a ricapitolare la produzione di Roth e a descrivere il tono delle sua voce (“Quando lo si ascolta parlare, con quella sua voce bassa e appena rauca, in cui le parole escono a ritmo ora velocissimo ora esitante, con quel tono malinconico, inquieto, ma capace d’improvvise, fulminanti, accensioni d’ironia, sembra davvero di essere dentro una delle pagine dei suoi romanzi. È come se quella, proprio quella fosse la voce di tanti personaggi di Philip Roth“: e alla luce di quanto si saprà dopo, la dichiarazione suona come un piccolo indizio di colpevolezza messo a bella posta dal giornalista), ovviamente l’intervistatore incalza il grande scrittore sul tema caldo:

Parliamo subito di Obama, allora. Perché tanta delusione?

«Perché non ha fatto nulla, in questo primo anno, nulla di rilevante, nulla di diverso da quello che la banale quotidianità del potere lo portava a fare. Si dirà: la riforma sanitaria. Ebbene, quella è un’ottima novità per l’America, ma non basta. Sembra una bandiera sventolata per mascherare il nulla, perché i risultati di questa presidenza per ora sono il nulla».

Parole pesantissime, sia perché vengono dal grande scrittore, ma soprattutto perché descriverebbero una delusione comune a molti. E sul tema vengono spese moltissime parole:

Lei è stato un acceso sostenitore dell’elezione di questo Presidente…

«Sì, perché nella sua campagna elettorale c’era davvero qualcosa di nuovo, di straordinario. Con quelle sue espressioni “hope” e “change”, ripetute con un’efficacia mai vista, a metà fra il moderno slogan pubblicitario e la cantilena d’uno sciamano, Obama era riuscito a svegliare l’America dal torpore della sua frustrazione, da quel grande senso di impotenza, di ansia, di sfiducia che nell’ultimo decennio ha dominato il Paese. Era stato capace di dare vitalità e slancio a chi lo ascoltava. Non nascondo di essere rimasto quasi incantato a seguire i suoi discorsi, io che non sono certo facile ad entusiasmarmi per le parole… Allora ho creduto, e con me tantissimi americani, che fosse arrivato davvero un tempo nuovo per la politica, un tempo dove creatività e intelligenza si unissero alla capacità di ascoltare la voce di un Paese e di sapervi rispondere».

E invece?

«Invece, niente. Appena eletto, fin dai primi giorni del suo lavoro alla Casa Bianca, Obama si è come fermato, addormentato. Lui, che aveva scosso l’America, si è assopito nei meccanismi del potere. Ha continuato a ripetere le sue frasi più belle della campagna elettorale, ma non ha aggiunto nulla di nuovo, e soprattutto, non ha fatto seguire le azioni. Forse ha cominciato a pesare la sua inesperienza, forse è restato prigioniero di una eccessiva valutazione che la gente aveva di lui. Di fatto, i suoi discorsi hanno preso a girare a vuoto, sempre uguali, accompagnati da gesti, sguardi e sorrisi ormai ripetuti ossessivamente, che prima lo hanno reso simpatico e ora lo rendono fastidioso, quasi antipatico. E i risultati si vedono».

Quali risultati?

«L’America è confusa, frustrata. Quel diffuso senso di paura dell’ignoto, di ansia, di impotenza che l’11 settembre ha contribuito in modo decisivo a scatenare, lacerando le certezze, devastando insieme alle torri di New York anche la percezione che il Paese aveva di sé e della propria forza, è rimasto. Anzi, la crisi economica, figlia in qualche modo di quell’insicurezza, di quella sfiducia che regnano nelle persone, ha addirittura peggiorato le cose».

Obama ha deluso anche in politica estera?

«Sì. Con Bush vigeva la logica dell’intervento militare, della lotta contro il terrorismo fatta con le invasioni militari. Una logica a mio avviso sbagliata, e che si è dimostrata perdente. Ma almeno, chiara. Quale è la strategia di Obama? Nessuno ancora lo sa. Parla di dialogo, e va benissimo. Ma di fatto Al Qaeda è sempre più forte e organizzata, un regime pericoloso e delirante come quello iraniano sta attrezzandosi con l’arma nucleare e si attrezza per colpire Israele, e lui, il presidente, sembra eludere il problema. Con l’Iran un giorno sembra voler aprire una trattativa (ma non si può aprire una trattativa con chi è, in tante cose, l’erede dei nazisti!), e il giorno dopo riafferma la necessità della fermezza. Cosa vuole fare in Afghanistan? Nuove truppe o disimpegno? Approva e sostiene il governo israeliano o sta dando ragione ai palestinesi? Impossibile rispondere. Ma un dato di fatto è certo, e Obama mostra di non tenerne conto».

Cioè?

«Cioè che, come l’11 settembre ha dimostrato, oggi il nemico vero, paragonabile al nazismo degli anni Trenta, è l’estremismo religioso e sanguinario, il terrorismo soprattutto di matrice islamica. A mio avviso, il dialogo non serve. E con chi si dialogherebbe, del resto? Ma nemmeno serve, come faceva l’amministrazione Bush, invadere Stati, intervenire militarmente. Serve, piuttosto, un sostegno effettivo a quelle forze che, all’interno dei Paesi dove il fondamentalismo è più forte o dove è addirittura regime al potere, si battono per contrastarlo. E, insieme, dare più forza, poteri e credibilità all’Onu, riformandolo completamente. Quello che è meno utile, è questa confusione, questa assenza di una linea chiara nella politica estera americana: questo fa contenti gli oltranzisti e i terroristi, indebolisce chi vi si oppone, e, a livello interno, fa sentire l’America sempre più sbandata, sempre più cupa».

E insomma: la delusione di chi ha creduto alle “chiacchiere” progressiste di uno che, in Italia, definiremmo “di centro-sinistra”, e ha dovuto constatare il fallimento di intenti tanto nobili, che però svaniscono come neve al sole di fronte alla realtà dei fatti. “State attenti anche voi”, sembrerebbe suggerire implicitamente Roth, “e abbiate il coraggio di ammettere che gli ideali progressisti sono un fallimento”.

[Non è un caso che personaggi squallidi della nostra politica, anche locale (penso ad esempio a una consigliera comunale di Bolzano che, dopo avere passato gli anni della giovinezza a distribuire Falce e martello e quelli dell’età di mezzo a propagandare La vetta d’Italia, è passata ora a condire ogni stronzata che scrive, e sono tante, infiorettandola con citazioni dai giornali del Cavaliere-Padrone; in attesa di trovarla all’angolo che cerca di spacciare La Padania come fonte autorevole…), cerchino in “cacatae cartae” l’auctoritas per avallare i loro discorsi retrivi.]

Eravamo al suggerimento implicito nelle parole di Roth. Ed è proprio questo che coglie “Pigi” Battista, a cui non par vero di potere avere un cotanto modello in cui identificarsi. L’editoriale di Battista c’è ancora negli archivi del Corriere, leggiamo qualche parola:

In Italia persino Philip Roth, il grande Philip Roth verrebbe considerato un disertore. Un «terzista», addirittura. Un «tiepido», ed è noto che, nel quartier generale giacobino, i «tiepidi» erano considerati meritevoli della ghigliottina quanto e più dei nemici dichiarati. […] Ma per fortuna (dell’ America) l’ America non è l’ Italia. Lì la critica al proprio presidente è normale consuetudine. Qui siamo un po’ più primitivi. E dogmatici. […] Qui schierarsi è una volta per tutte. Un atto di fede, più che l’ adesione razionale a una parte. Negli Stati Uniti i giornali e gli intellettuali […] non fanno sconti a nessuno, compresa la propria parte. Non si sentono investiti della missione salvifica di sradicare il Male incarnato nell’ occasionale nemico. […] Invece no, in Italia no. In Italia il bipolarismo viene inteso come una frontiera antropologica che separa irriducibilmente il mondo dei buoni da quello dei malvagi. Con questo corollario: che ogni parola spesa non per espellere i malvagi, ma addirittura per mettere in discussione il Bene, viene considerata un lusso deplorevole, un indizio di scarsa combattività militante. Una diserzione, appunto. Meglio, molto meglio Philip Roth.

Fin qui tutto bene. Ma purtroppo per Battista, e purtroppo per Debenedetti, e purtroppo per Belpietro e per chiunque reputi Libero un quotidiano autorevole, il 26 febbraio 2010 Il Venerdì di Repubblica pubblica un’intervista a Philp Roth di Paola Zanuttini. Che ovviamente chiede al grande romanziere:

Per caso, è insoddisfatto anche da Barack Obama? Da un’intervista a un quotidiano italiano, Libero, risulta che lo trova persino antipatico, oltre che inconcludente e assopito nei meccanismi del potere.

Roth, un po’ spiazzato, risponde:

Ma io non ho mai detto una cosa del genere. È grottesco. Scandaloso. È tutto il contrario di quello che penso. Considero Obama fantastico. E trovo che l’attacco che gli stanno sferrando i repubblicani è molto simile a quello subito da Roosevelt al suo primo mandato. E’ la destra più stupida mobilitata da Sarah Palin. Agitano la bufala dell’atto di nascita che dimostrerebbe che è nato in Kenya. E trovano ascolto. Sotto c’è il problema della razza, della pelle. Sono molto seccato per queste dichiarazioni che mi vengono attribuite: non ho mai parlato con questo Libero. Smentisca tutto. Ora chiamo il mio agente.

La cronaca dell’intervista continua così:

Chiama il suo agente, che gli filtra tutti i contatti: nell’agenda delle interviste passate e future non risulta nè Libero nè il nome dell’intervistatore.

Per farla breve: l’intervista pubblicata da Libero era falsa! Al quotidiano farfugliano, cercano il sedicente intervistatore (che, detto per inciso, ha recentemente pubblicato su Il Giorno un’intervista a John Grisham…), gli chiedono spiegazioni, lui dice che ha le registrazioni ma purtroppo non le trova, lo minacciano che, nel caso non vengano fuori, non collaborerà più con loro… E intanto Battista si scusa con i suoi lettori per avere dato spazio a una bufala.

Insomma, una storia di ordinaria disinformazione e cattivo giornalismo, come tante, troppe, ce ne sarebbero da raccontare del nostro misero Paese.

Da appassionato lettore di Philip Roth, mi vengono in mente le pagine del romanzo Operazione Shylock (1993), nelle quali un incredulo Philp Roth, a Gerusalemme per seguire il processo a Demjanjuk, si trova a dover fronteggiare un altro Philp Roth, che tiene conferenze e rilascia interviste su una provocatoria soluzione al problema israelo-palestinese: l’autodissoluzione dello Stato d’Israele e il ritorno di tutti gli ebrei nei paesi dai quali sono arrivati.

Ma questa è fiction, in fondo. Più semplicemente, forse, c’è un problema di traduzione delle parole. E Roth, da bravo esperto di parole, l’ha sicuramente capito, lo si evince da quanto si legge nell’intervista di Paola Zanuttini:

Roth attacca e poi chiede cosa vuol dire Libero in inglese. Traduco.

Il problema, forse, è che non ha usato il vocabolario della Neolingua.

«Obama? Una grandissima delusione. Sono stato fra i primi a credere in lui, ad appoggiarlo, ma adesso devo confessare che mi è diventato perfino antipatico». Philip Roth, forse il più illustre dei narratori americani d’oggi, autore di capolavori quali Lamento di Portnoy, Pastorale americana, Zuckerman scatenato e, da poco uscito in Italia, Indignazione, esprime con forza, per la prima volta, il suo giudizio fortemente negativo sull’attuale Presidente Usa. Ci tiene a farlo subito, nella nostra conversazione telefonica.
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  1. Di scoop-bufala e articoli disonesti è piena la storia del giornalismo, ma quel che in questo caso colpisce sono l’arroganza, la presunta furbizia (che sfocia inesorabilmente nella coglionaggine) di voler ingabbiare anche un grandissimo come Roth nelle categorie e nelle miserie della bassa politica italiana, il tentativo, in buona sostanza, di berlusconizzarlo. Lascerei solo perdere il buon Cerchiobattista, al mantenimento della mia naturale regolarità da tempo indispensabile. Vicenda certo già nota, il che non rende la sintesi da te proposta meno meritevole.

    Colgo l’occasione per segnalare a te ed ai tuoi lettori, casomai vi fosse sfuggita, una recente intervista di Tina Brown a Philip Roth, in cui anche ad Obama si fa brevemente cenno. E non per esprimere un “giudizio fortemente negativo”.

    http://www.einaudi.it/multimedia/Videointervista-a-Philip-Roth-video-completo

  2. Giova forse precisare che anche l’intervista dell’ineffabile Debenedetti a Grisham è una bufala.

    http://www.newyorker.com/talk/2010/04/05/100405ta_talk_thurman

  3. GattoMur

    Grazie per i due link, Gambero.

  4. A proposito di stendere Roth sul letto di Procuste della politichetta italiana, qui Debenedetti, nel suo “pastiche” (essù, dài, riconosciamogli almeno l’inventiva), deve aver preso spunto dalla già citata consigliere neoleghista:

    “Cioè che, come l’11 settembre ha dimostrato, oggi il nemico vero, paragonabile al nazismo degli anni Trenta, è l’estremismo religioso e sanguinario, il terrorismo soprattutto di matrice islamica. A mio avviso, il dialogo non serve. E con chi si dialogherebbe, del resto?”

    Straordinario!
    Anni fa andavano di moda le “interviste impossibili”, ne ricordo una esilarante di Italo Calvino (quello vero) all’Uomo di Neanderthal (che però non si trova integralmente in rete, peccato!). Ecco, Debenedetti, anche con Grisham, ha ridato lustro al genere…
    L’articolo del NewYorker è molto bello (e tra l’altro si conclude un po’ come il mio, citando “Operazione Shylock”: comincio a montarmi la testa, va’), e mi piace citare poche parole, che intitolerei “Come ci vedono all’estero”:

    “Libero, a tabloid notably sympathetic to Silvio Berlusconi, the Prime Minister of Italy (who is embroiled in his own sex scandals with much younger women)”

    Grazie ancora, inesauribile Gambero.

  5. Figurati, è un piacere 🙂

    Brevissimo appunto: dove Roth sbaglia, dimostrando di non conoscere bene l’Italia, è quando afferma «But I can’t imagine what he’ll (Debenedetti) do now — surely his career is over», quando è invece assai più probabile che venga premiato per la dedizione alla causa.

  6. Eh, già: basta vedere l’agente Betulla. O il peggiore di tutti, Feltri.

  7. Anche il fondo di oggi di PIGI (che più o meno diceva: la prescrizione è una buona soluzione) non era proprio male. Niente male davvero. Ahibò.

  1. 1 “La schiavitù è libertà” | Politica Italiana

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  2. 2 La schiavitù è libertà « waiting the sun

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