Arcipelago Gulag

© Museum of Genocide Victims, Vilnius

Museo virtuale dei GULAG

[dal Corriere online, qui]

Centosessanta testimonianze per ricordare il dramma dei gulag. Venerdì scorso è stato presentato a Parigi l’«Archives sonores, mémoires européennes du goulag» (Archivi sonori, ricordi europei dei gulag), il primo museo virtuale dedicato ai campi di concentramento nell’ex Unione Sovietica. Nato dalla collaborazione del Centro studi del mondo russo e caucasico e centro-europeo e di Radio France International raccoglie i ricordi di tantissimi sopravvissuti a una delle più gravi tragedie del XX secolo.

CAMPI DI CONCENTRAMENTO – Come ricorda la home page del sito, tra il 1939 e il 1953 circa un milione di persone che vivevano nei territorio europei annessi o legati all’Urss furono deportati nei gulag. Alcuni furono condannati a lavorare nei campi di concentramento, mentre la maggioranza fu trasferita negli sperduti villaggi della Siberia o dell’Asia Centrale. Grazie al lavoro di 13 ricercatori internazionali, tra cui non mancano gli italiani, sono stati postati sul web foto, video, documenti d’archivio privati e pubblici che prima di oggi non erano mai stati pubblicati. Lo scopo dell’iniziativa è far conoscere alla popolazione del Vecchio Continente una storia che è ancora poco conosciuta in Europa. Le testimonianze più toccanti naturalmente sono i video dei sopravvissuti, che oggi hanno tutti un’età tra i 75 e i 94 anni: essi ricordano la reclusione, l’organizzazione sociale all’interno dei campi, la solitudine, il freddo, la paura dei lupi, la nostalgia per la vita passata. Le sequenze visive e sonore durano al massimo 3 minuti, sono in lingua originale, ma sono state tradotte in francese, inglese e russo.

LE TRE GRANDI ONDATE – Marta Craveri, storica che lavora al Centro studi del mondo russo e caucasico e centro-europeo e che all’indomani del crollo dell’Urss è stata una delle prime ricercatrici a poter esaminare i documenti dello sterminato archivio sovietico dedicato ai Gulag, sottolinea come i racconti dei sopravvissuti siano dominati da alcuni leit-motiv: «I temi principali sono tre – dichiara la storica -. L’immensità siberiana da cui non si può scappare, la miserie dei contadini russi e la forte solidarietà che si instaura tra deportati e membri dei villaggi». Secondo Alain Blum, direttore del Centro Studi, furono tre le grandi ondate di deportazioni: «La prima è quella del 1940-41 – dichiara lo studioso -. In questi anni furono confinati per lo più cittadini dei paesi Baltici e dell’Ucraina occidentale in questi territori sperduti. La seconda inizia a partire dal 1944 e i protagonisti delle deportazioni furono persone sospettate di aver collaborato con i nazisti e di aver combattuto contro l’armata sovietica durante la Seconda guerra mondiale. L’ultima ondata di deportazioni inizia nel 1949 e le vittime furono per lo più cittadini della Romania, Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria». Molti testimoni erano molto giovani quando arrivarono nei villaggi siberiani: «Vi è il racconto della deportazione vista con gli occhi dei bambini. Alcuni tra questi, nei decenni successi, decise di rimanere in questi luoghi per sempre. Altri tornarono nei loro paesi d’origine – continua Blum. Altri ancora emigrarono in Occidente e furono tra gli artefici della costruzione dell’Europa».

Francesco Tortora

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