Lo spazio bianco, III

Poi la sessione era cominciata, e noi avevamo preso a vagare come mosche stanche davanti alle finestre, a controllare gli orologi. Ci eravamo passati i giornali, una collega mi aveva chiesto dove avessi comprato gli orecchini.

I signori che avevamo davanti scrivevano composti nei loro banchi, qualcuno ci offriva la vista di una capigliatura brizzolata. Ogni tanto una donna si alzava e ci veniva a chiedere un altro foglio, una collega glielo timbrava e annotava il numero crescente sul verbale. Per due ore gli unici a fare rumore fummo noi.

Poi vidi Gaetano farmi un cenno, mentre mi avvicinavo sentii che mi chiamava con quella sua voce bassa e nasale:

– Professoressa.

Io mi girai verso la cattedra, ma i commissari non mi avrebbero detto niente: cosa si può correggere in tre parole sottovoce, senza guardare il foglio e passando? In cosa avrei potuto più aiutarlo, dopo cinquantasette anni, tre figli e una mano devastata, se non sapeva mettere i suoi congiuntivi in ordine e quello che pensava dentro le parole?

Allora mi avvicinai e guardai sul banco, capii che aveva già scritto molto e con poche cancellature.

– Ho un problema.

Io dissi sì con la testa, come un prete al confessionale.

– Mi sono bloccato.

– Che cosa vuoi dire?

– Vorrei andare avanti.

– Mettici un futuro.

– No, voglio metterci il presente.

– E scrivi al presente.

– Però vengo da un presente che è finito mo.

Non capivo, avevo bisogno di leggere, non gli risposi nulla e mi presi altre due vasche, avanti e indietro tra le corsie dei banchi. Camminavo male: avevo un dolore sordo al tallone che mi faceva zoppicare. All’altezza della porta accennai anche a un passo fuori, ma guardavo l’orologio e smaniavo per tornare vicino a Gaetano. Controllai l’ansia mentre scendevo verso di lui, mi avvicinai lentamente e mi misi a sbirciare da dietro, ma con finta nonchalance, come se fossi incuriosita.

Lessi dove lui mi indicò, che era dove finiva lo scritto: “anche se scrivo con la sinistra, e nessuno ormai se ne accorge, io però alla mano destra ho sempre tre dita in meno. Che sono la mia libertà, perché la mia normalità di prima era una pietra”.

Pensai e feci due passi, poteva riattaccare con un “adesso”.

– Professoré.

– Sto pensando.

– Io devo scrivere altre due pagine, al presente, che è un presente nuovo.

– Ho capito.

Guardai l’orologio e maledissi i perfezionisti di cinquantasette anni che scrivono con tre dita mancanti.

Un commissario cominciava a guardare fisso verso di me, parlai tra le labbra come fossi anch’io una studentessa.

– Mettici uno spazio bianco e ricomincia a scrivere quello che vuoi.

– Ma si può fare?

Non me lo chiesi, perché era necessario.

– Sì, lascia un rigo bianco e ricomincia sotto.

– Non è che poi pensano che mi sono dimenticato qualcosa?

– No-o.

Il commissario Esposito si alzò e mi sorrise gentilmente con un sorriso falso, mi richiamò:

– Dottoressa, venga a prendere il caffè: abbiamo chiamato il bar.

Guardai Gaetano con risentimento.

– Ma lei non ce l’ha mai detto in classe che si poteva fare.

– E va bene, però non mi scocciare e mettici uno spazio bianco, che io vado a prendere il caffè.

[ Valeria Parrella, Lo spazio bianco, Torino, Einaudi, 2008, pp. 110-112 ]

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