È nata una stella nel firmamento della lirica italiana: Roberto Calderoli

E dopo l’Alvaro Rissa presentato dal candidato all’esame di maturità in Ecce Bombo di Moretti, ecco il mio nuovo auctor: il ministro per la Semplificazione (e già qui siamo in territorio poetico) Roberto Calderoli.

Sì, fin’ora l’ho giudicato male: mi sembrava volgare, nelle sue uscite, troppo sopra le righe.

E invece no. Ho sempre sbagliato: Roberto Calderoli è un poeta. Un poeta vero. Un poeta di razza (padana).

D’ora in poi sarò il suo Contini. Il suo Mengaldo. Il suo Berardinelli.

Ecco la prima lirica che vorrei presentarvi.

DECRETO LEGGE ALLA MEMORIA

Quando si calano le braghe
bisogna stare molto attenti
a coprirsi le spalle perché svolazzano
i temuti uccelli paduli.

[fonte qui]

Perfetto. Perfetto.

Metricamente troviamo un’apertura con due novenari: verso raro fino alla seconda metà dell’Ottocento nella nostra tradizione lirica, usato prima per lo più nella tradizione giullaresco-religiosa del Duecento (cfr. Iacopone da Todi); e che il Pascoli dei Canti di Castelvecchio ha portato alle massime possibilità espressive. Si noti che i due versi possono venire scanditi anche come un novenario doppio (quello, per intendersi, del dugentesco Ritmo Laurenziano o de L’amica di nonna Speranza di Guido Gozzano). L’ultimo verso pure è novenario, preceduto (e qui sta la maestria metrica del Calderoli) da un fenomenale dodecasillabo sdrucciolo, che più che alla tradizione manzoniana del doppio senario (si veda il coro dell’Adelchi: “Dagi atrii muscosi / dai fori cadenti | Dai boschi, dall’arse / fucine stridenti”: che un bel po’ di monotonia ritmica ce l’ha), attinge alla maggiore libertà ritmica della tradizione novecentesca (cfr. Montale: “Portami il girasole ch’io lo trapianti | nel mio terreno bruciato dal salino”). E si noti ancora: la forte cesura dopo il “perché” ci potrebbe portare a interpretare pure questo verso come composto da un novenario (tronco) seguito da un breve versicolo: soluzione metrica spesso presente nella lirica calderoliana (ma hapax nei poeti a lui coevi), che ancor più sottolinea la sua perizia metrica, che gli deriva dalla lunga frequentazione della pagina dannunziana.

Sul livello fonico, segnalerei solamente l’ossessività martellante della vocale U (vocale chiusa, misteriosa: a perfetto coronamento dell’ermetismo dell’immagine finale) nell’ultimo verso (con, tra l’altro, l’assonanza “temUTI”-“padULI” che vieppiù sottolinea il bel sintagma aggettivo-sostantivo-aggettivo).

Per il lessico, come non notare che la invero fortemente espressionistica “si calano le braghe” del primo verso, con l’uso di un termine di derivazione celtica e non latina (in più nella forma “braga” e non “braca”, con la caratteristica G al posto di C tipica delle lingue al nord del Po: cfr. “figo”, “miga”, etc.), rinvii fortemente e coerentemente all’ideologia esplicita dell’autore. Ma non solo: si ricordi il mito di “ces chers ancêtres” del Rimbaud nella Stagione all’inferno, o Dino Campana, che si presentava agli amici fiorentini come il Celta dagli occhi azzurri. Questi richiami basterebbero a far afferire la lirica del Calderoli nella lunga tradizione dei poètes maudits, illuminando la figura del Nostro sotto una luce tutt’altro che banalizzante, e assegnandogli finalmente il posto che giustamente merita (sto teorizzando, insomma, una linea Rimbaud-Campana-Calderoli…).

Sul contenuto e sull’allusività delle immagini (con la figura dei volatili finali che rimarrà nella memoria e ricollega il testo al migliore Montale, quello ad esempio della Voce giunta con le folaghe) nulla diremo: lasciamo che ogni lettore si goda senza troppi indugi critico-teorici (che, alla lunga, diciamocelo, vengono a uggia) questo vero e proprio gioiello lirico.

Di un extravagante che, d’ora in poi, seguiremo con maggiore interesse.




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