Japanese girls

Una volta, saranno circa dieci anni fa, forse un po’ meno, avevo tra i trenta e i trentacinque anni, ho abitato a Berlino.

Il mio appartamento era nell’ex Est, mi sembra si chiamasse Langhansstrasse, vicino a Willhelmsdorfers Platz. Abitavo con un ragazzo che studiava all’università, qualcosa come biologia, veniva dalla Nuova Zelanda e sapeva pochissimo il tedesco. Però parlavamo tedesco, perché dovevamo impararlo entrambi. Lui faceva anche un corso al Goethe Institut, e anch’io, ma lui era in una classe di principianti, io ero nei cosiddetti Oberstufe.

Questo ragazzo, che si chiamava Brendon, e che abita ancora a Berlino, a quanto ne so, era molto simpatico. E penso che anche lui trovasse simpatico me, o almeno lo spero. Comunque con questo Brendon ci trovavamo qualche volta la sera in cucina, lui mangiava cose stranissime che io non avrei mai mangiato; cioè non è che mangiasse, chessò, insetti o robe strane in quel senso; mangiava cose anche normalissime, solo che faceva, secondo me, degli stranissimi accostamenti. E poi aveva anche un modo strano di lavare i piatti, o almeno a me sembrava strano: li immergeva nell’acqua e detersivo, li strofinava con la spugnetta, poi li metteva sullo scolapiatti. Senza sciacquarli, cioè, e a me sembrava strano, ma pensavo anche che forse dipendeva dalle abitudini dei vari popoli, o qualcosa del genere. Ma poi una sera in cucina c’era anche un mio amico americano, di Chicago, e lui era scandalizzato del fatto che il mio compagno di casa non sciacquasse i piatti, e allora ho capito che era strano per tutti, visto che era strano anche per questo mio amico che si chiamava Gregory ed era americano.

Quando parlavamo con Brendon, in un tedesco un po’ basico, perché lui conosceva poche parole e bisognava anche parlare lentamente e scandendo bene le parole, mi accorgevo che mi guardava sempre con certi occhi, come dire, particolari. Aveva dei begli occhi, mi sembra fossero verde chiaro, o forse azzurri, comunque erano chiari, e quindi si notavano molto. E a me sembrava che mi guardasse con uno sguardo particolare, e mentre parlavo mi teneva gli occhi fissi addosso e sorrideva e rideva, anche quando non dicevo cose particolarmente spiritose. C’è da dire che io sono uno che riesce a dire spesso cose spiritose, faccio giochi di parole, faccio battute stupide, insomma sono abbastanza bravo, quando voglio, a fare un po’ ridere gli altri. O almeno così mi sembra. Ma a me poi sembrava che Brendon ridesse anche quando non avevo detto niente di spiritoso e non c’era niente da ridere.

Poi un giorno Brendon mi ha detto che voleva che io uscissi a cena con lui e delle sue amiche giapponesi. Ci teneva molto, perché, diceva, lui parlava spesso di me a queste ragazze giapponesi, che erano sue compagne nel corso di lingua al Goethe Instutut, e loro erano estremamente curiose di conoscermi. Ma peché, gli ho chiesto, lui parlava di me a queste sue amiche giapponesi, che addirittura volevano tanto conoscermi. Lui allora mi ha spiegato che, secondo lui, io facevo un sacco di gesti mentre parlavo, e facevo anche delle facce strane, che facevano ridere. E lui spesso, con queste sue amiche, faceva la mia imitazione, cercava di parlare come me, faceva i miei stessi gesti, e loro ridevano molto e si divertivano. Ma adesso era venuto il momento di conoscere l’originale, in poche parole.

A me sembrava strana questa cosa, anche perché nessuno mai mi aveva detto, e mai dopo qualcuno mi ha mai detto, che io gesticolo tanto o che faccio delle facce strane mentre parlo. Ma ho accettato di buon grado di fare questa cena, le ragazze giapponesi mi incuriosivano molto, e anche perché saremmo andati in un ristorante italiano che c’era a Berlino, e forse c’è ancora, ed era un ristorante molto bello dove si mangiava molto bene. Alla parete c’erano anche dei manifesti e dei testi che mi piacevano, robe anarchiche, e il cibo era molto buono davvero, anche perché il locale era gestito veramente da degli italiani, mi sembra fossero sardi.

A questa cena io ero un po’ in imbarazzo, non mi era mai capitato di essere così al centro dell’attenzione in una cena, una cena con un ragazzo neozelandese e tre ragazze giapponesi che volevano vedere da vicino un italiano che mangiava in un ristorante italiano, e volevano sentirlo parlare in tedesco, o forse in inglese, perché non mi ricordo se quelle ragazze giapponesi fossero in grado di affrontare un discorso anche semplice in tedesco, erano davvero principianti della lingua. Mi sentivo un po’ come una bestia rara, un caso da manuale, un oggetto esotico insomma.

È stata una cena divertente, il mio compagno di casa non faceva che darmi il la affinché io sfoderassi la mia mimica facciale e la mia gestualità, o almeno, quello che lui riteneva tale, perché io proprio non mi accorgevo di niente, parlavo, mi muovevo, ridevo come faccio sempre, senza particolari affettazioni. Le ragazze giapponesi erano molto carine e gentili, e devo dire che tutte le ragazze giapponesi che ho conosciuto in vita mia mi sono sempre sembrate carine e gentili.

Qualche giorno dopo, in cucina, ho incontrato Brendon e gli ho chiesto se le sue amiche giapponesi erano contente della cena, se si erano divertite, se era loro piaciuto il cibo. Lui mi ha detto di sì, che erano state molto bene, e anche lui era stato molto bene, e mi ringraziava molto per avere accettato. Ma non c’era davvero niente da ringraziare, gli ho detto io, non ero mica una persona importante o speciale che accetta di incontrare persone normali e concede loro il suo tempo prezioso, piuttosto lo ringraziavo io per avermi fatto conoscere le sue amiche giapponesi, che erano così carine e gentili.

Lui poi mi ha detto che le sue amiche erano rimaste molto colpite dal un certo mio comportamento. In che senso, gli ho detto, ho fatto qualcosa di male, gli ho chiesto. Ma no, ma no, mi ha detto, solo che io continuavo a versare nei loro bicchieri l’acqua e il vino, anche se, devo dire, adesso non ricordo se le ragazze avevano bevuto del vino o no. E poi chiedevo loro se volevano qualcosa, le passavo i piatti, e tutte le cose che normalmente si fanno quando si cena con qualcuno. Beh, cosa c’è di strano, gli avevo detto. Che quello, così mi aveva detto lui che gli avevano detto loro, era una cosa che un uomo giapponese non farebbe mai a una donna giapponese, che anzi è lei che, senza bisogno di richieste, deve versare da bere all’uomo giapponese e passargli da mangiare. E che, insomma, la prima volta che avevo chiesto a una di loro se gradiva del vino o dell’acqua e le avevo passato qualche piatto, erano rimaste un po’ basite. Poi però avevano capito che lo facevo sempre, e allora avevano smesso di preoccuparsi.


  1. Eh, la rete è piena di video che spiegano la gesticolazione italiana. Ad esempio:

    O vedi anche:

    http://ilarialab.com/2010/09/28/italian-popular-gestures-gli-italiani-si-esprimono-cosi/




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