Facitote caritatem

Una volta ho vissuto per un anno a Parigi. Non mi ricordo che anno fosse, forse il 1998. Condividevo una casa a Ivry-sur-Seine con una ragazza di nome Elise. Sono anche andato al cimitero a cercare la tomba di Mohammed Sceab, ma il custode non ne sapeva niente. Però a Montmartre ho visto la tomba di Dalida, con una statua dorata grande circa quanto una persona vera.
Avevo poco meno di trent’anni ed ero iscritto all’Università Paris VIII per un DEA, sotto la guida di M.me Giuditta Isotti Rosowsky. Le lezioni erano alla Sorbonne Nouvelle, e lì frequentavo la biblioteca.
Non è che studiassi più di tanto, più che altro andavo a leggere il giornale o delle riviste specializzate. Ma anche per avere qualcuno attorno, spesso mi sentivo solo. Un giorno mi ha rivolto la parola una ragazza carina, bei capelli scuri e ricci, uno sguardo bellissimo con occhi neri, la pelle un po’ scura (il papà era della Martinica), non mi ricordo però come si chiamasse. Doveva laurearsi in letteratura italiana e parlava italiano con un po’ di accento romano, forse perché aveva fatto l’Erasmus a Roma.
Le piaceva parlare con me perché, penso, parlavo bene l’italiano e poteva così fare esercizio. E si divertiva molto alle cose che dicevo, mi guardava con i suoi occhi vivaci e rideva. Forse le piacevo anche un po’ fisicamente, anche se mi sembra sempre strano che possa succedere. A me piaceva parlare con lei perché era carina e simpatica.
Una sera siamo andati al cinema, abbiamo visto un film danese in lingua originale con sottotitoli (in Francia è raro che i film siano doppiati), “Festen”, un film che seguiva il Dogma in maniera scrupolosa ed era molto bello. Poi abbiamo passato tutta la notte in giro per Parigi a camminare e a baciarci, abbiamo fatto un lungo giro, mi sembra che ci siamo anche fermati un po’ in Place des Vosges, che è una bellissima piazza. Quando baciavo le ragazze la prima volta ero sempre molto emozionato, era un momento molto bello. E infatti ero molto contento.
Poi, quando sono tornato a casa, mi è venuta però un po’ di agitazione: ho pensato che adesso forse quella ragazza voleva mettersi con me, ma io non avevo voglia di mettermi con nessuno. Anzi, forse avrei voluto mettermi con una ragazza di Terni che avevo conosciuto qualche settimana prima e di cui pensavo di essermi innamorato, che ovviamente non aveva lo stesso pensiero. Ma mi dispiaceva per quella ragazza che avevo baciato, era così carina e simpatica, temevo che sarebbe stata triste o si sarebbe sentita ferita dal mio rifiuto.
Per qualche giorno mi sono tappato in casa, non andavo più all’università e non rispondevo al telefono, speravo che quella ragazza si dimenticasse di me, anche se in così pochi giorni è difficile che possa succedere. Poi sono andato in biblioteca e le ho detto che mi dispiaceva ma che non potevo stare con lei eccetera. Lei mi ha detto, sorridendo, che non c’era problema, che non pretendeva niente, che andava bene così e che potevamo continuare a parlarci e vederci. Insomma, non mi sembrava né triste né ferita, anche se comunque io mi sentivo in dovere di essere particolarmente gentile con lei, visto che l’avevo trattata in quel modo che, in effetti, non mi sembrava troppo gentile, né tantomeno equilibrato.
Un giorno mi sono offerto di aiutarla per una faccenda di studio, non mi ricordo nemmeno cosa fosse. Dovevamo lavorare al computer, e allora ci siamo dati un appuntamento sotto casa sua verso mezzogiorno, prima lei doveva fare qualcosa fuori. Non c’ero mai stato e abitava un po’ lontana dal centro, in una città che non conoscevo, ma mi ha spiegato come arrivare con la metropolitana.
Visto che agli appuntamenti non mi piace essere in ritardo, mi sono preso per tempo e sono arrivato, mi sembra, più di un’ora prima. Mi sono allora piazzato sotto al suo portone ad aspettare che rientrasse: un po’ camminavo, un po’ mi sedevo da qualche parte.
Occorre premettere che quando avevo quell’età ero molto magro. Adesso non è che sia grasso: sono alto un metro e ottanta e peso settantacinque chili, che per essere uno di più di quarant’anni che non pratica nessuno sport e mangia quello che gli pare mi sembra un buon peso. Ma all’epoca pesavo forse sessanta chili, ed ero comunque alto un metro e ottanta. Un’altra cosa che bisogna dire è che non è che curassi il mio abbigliamento in maniera particolare, vestivo in maniera, per così dire, casuale, chessò, dei jeans e una maglietta o qualcosa del genere. Anche perché avevo pochi soldi, e i vestiti erano l’ultimo dei miei pensieri.
Sotto casa di questa ragazza che avevo baciato c’era un panificio, che vendeva anche cibi pronti, tipo verdure e carne. Da alcuni indizi, mi sembrava che i proprietari fossero di religione ebraica, forse c’erano delle scritte o delle immagini che me lo suggerivano. Io quel giorno avevo un po’ di male allo stomaco, chissà perché, forse avevo mangiato male la sera prima o avevo ecceduto con gli alcolici, all’epoca erano due cose che potevano succedere. Allora a un certo punto, anche per ingannare l’attesa, ma soprattutto per cercare di calmare il male allo stomaco, sono entrato nel panificio e mi sono comprato una baguette, che costava pochi spiccioli. Poi sono uscito e mi sono messo di nuovo ad aspettare, sbocconcellando la mia baguette.
Dopo un po’ mi sono accorto che la proprietaria del panificio e la sua dipendente mi lanciavano delle occhiate e mi sorridevano. Poi le vedevo confabulare e mi sembrava che parlassero di me. Dopo un po’, dal negozio è uscita la signora più giovane, con in mano un piatto usa e getta, delle posate e un tovagliolo di carta. È venuta da me e mi ha detto, ovviamente in francese, Questo glie lo offre la signora, porgendomi il piatto con dentro un paio di grandi polpette di carne affogate nel sugo. Intanto, da dietro il bancone, la proprietaria mi faceva dei cenni e mi sorrideva, quasi a invitarmi ad accettare il dono.
Sono rimasto un po’ sbalordito. Ma poi ho capito: dovevano avermi scambiato per un clochard o comunque una persona molto povera, che magari aveva in tasca solo quei pochi centesimi che gli avevo dato per la baguette, e che non aveva sicuramente una casa dove andare a consumare un pranzo decente.
Lì per lì avrei voluto spiegare l’equivoco: Ma no, guardate, sto solo aspettando una mia amica che abita qua sopra, dobbiamo fare una cosa, sono uno studente italiano. Certo non navigo nell’oro (all’epoca, in effetti, spesso, anche per pigrizia, saltavo i pranzi o le cene), ma ho una casa e i mezzi per sostentarmi. La baguette l’ho presa perché ho male allo stomaco e non riuscirei a mangiare altro. Avete avuto un pensiero davvero gentile, ma davvero non sono la persona giusta a cui destinare un dono simile, che potreste invece dare a qualcuno che sia davvero indigente. Eccetera.
Ma avrei dovuto dare un sacco di spiegazioni, e magari si sarebbero anche offese del mio rifiuto. Magari avrebbero pensato che non gradissi il loro cibo e stessi cercando solo delle scuse per non accettarlo. O magari avrebbero temuto di avermi offeso e quindi avrebbero sentito poi il bisogno di scusarsi. Eccetera.
In poche parole, dopo qualche secondo, con questo guazzabuglio nella testa e una nausea che mi avrebbe spinto piuttosto a saltare il pranzo, ho preso il piatto, ho rivolto un sorriso di ringraziamento alla proprietaria del panificio, ho ringraziato la signora che me l’ha portato e mi sono messo a mangiare. Per mostrare di avere gradito, forse ho fatto anche la scarpetta con la baguette che mi era rimasta, anche perché era tutto davvero molto buono.

Finito il pranzo non sapevo che fare, magari potevo entrare nel panificio e chiedere quanto dovevo: ma anche così mi sarei dovuto impegnare in lunghissime spiegazioni, rischiando di offendere chi aveva voluto “dare da mangiare agli affamati”. Ho anche pensato di andare dentro e dire qualcosa come “Dio vi renda merito per la vostra generosità”: ma da parte mia la frase sarebbe suonata falsa, visto che non credo in un’entità trascendente; e poi non sapevo in effetti se delle persone di fede ebraica, come credevo che loro fossero, potessero gradire una frase simile, che magari va bene per ringraziare una persona di fede cristiana, ma non una di fede ebraica.
Insomma, alla fine non ho fatto niente e sono ritornato ad aspettare la mia amica. Che poi è arrivata, mi ha salutato e mi ha fatto salire in casa.
Ho sbirciato nel panificio, e mi è sembrato che, un po’, le signore ci siano restate male.


  1. gadilu

    “forse ho fatto anche la scarpetta con la baguette che mi era rimasta”: ahahahaha.🙂




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