“perdendo biancheria sullo schermo bugiardo”

filo-biancheria

C’è questa poesia che mi piace molto, è di Hans Magnus Enzensberger, e si intitola “Difesa dei lupi contro gli agnelli” (qui). In realtà si chiama “Verteidigung der Wölfe gegen die Lämmer”, e sta in una raccolta eponima del 1957 (e forse dovrei evitare la convenzione di scrivere in maiuscolo i sostantivi perché, volutamente, anche Enzensberger lo fa; ma fa lo stesso). L’ha tradotta negli anni Sessanta Franco Fortini e l’ha messa in un volume che ha un titolo molto bello, Poesie per chi non legge poesia.

E questa poesia mi torna spesso in mente: da quando la lessi, potevo avere vent’anni, non mi abbandona, e in un certo senso mi sembra di poter dire che mi ha insegnato alcune cose, che mi ha formato, si potrebbe dire che mi ha segnato profondamente, e altre cose simili, se amassi scrivere frasi fatte e cliché. Che uno poi potrebbe dire che in effetti ho proprio scritto delle frasi fatte e dei cliché, e in effetti è vero, ho scritto delle frasi fatte e dei cliché.

Mi ricordo benissimo dove la lessi la prima volta: la lessi su una antologia scolastica di letteratura che circolava negli anni Ottanta, e anche negli anni Novanta, uno di quei libroni che oggigiorno non li possono nemmeno più fare proprio a causa della mole, oggi i libri scolastici devono rispettare dei limiti di peso, questo penso sia per la salute delle schiene dei poveri alunni che devono portarsi dietro i libri, e allora è tutto un fiorire di fascicoletti e libercoli, il più smilzi possibile, perché più smilzi sono più leggeri sono; e c’è anche l’obbligo che ci sia una cosiddetta parte online, per soprannumero. E poi libri così non potrebbero più farli anche per motivi grafici, erano tutti scritti, non c’era un disegno o uno schema che sia uno, e invece adesso i libri scolastici sono tutti pieni di schemi e disegni, non solo quelli delle elementari e delle media, come sarebbe giusto aspettarsi, ma anche quelli del liceo. E c’è tutto un gioco di caratteri, di grandezza diversa, e i colori diversi, e così via, insomma tutto un fiorire di artifici grafici per catturare l’attenzione e aiutare nella lettura.

Questo libro qui no, questo, come tutti gli altri di quel periodo, era quasi un libro monastico, tutto scritto fitto fitto, con un sacco di testi, e non solo di autori italiani, e questo mi piaceva molto, e arrivava anche fino a anni vicini alla contemporaneità, e anche questo mi piaceva molto. Mi accorgo di non avere ancora detto che libro fosse, e allora lo dico ora, il libro era il cosiddetto Guglielmino, la casa editrice non mi ricordo, forse era Principato. Che poi non era un libro che io avessi per scuola, chissà come mai lo sfogliai, ora che ci penso, forse lo sfogliai l’ultimo anno del liceo, o forse il primo di università, non ricordo, ma insomma quel che è certo è che lo sfogliai, e trovai questo testo di Enzensbergere, e mi piacque parecchio.

La traduzione, l’ho già detto, è del grande Franco Fortini, a cui sono sempre stato grato per avere tradotto quella poesia, come anche sono sempre stato grato a Guglielmino, che però non so come si chiami, per averla messa nella sua antologia. E io leggevo questa poesia, e mi piaceva, e pensavo che mi piaceva sempre più. Però c’era sempre un punto che non capivo cosa voleva dire, ma pensavo sempre che ero io che non capivo una mazza, che essendo un pischello e pure parecchio ignorante non ero in grado di comprendere, e allora non mi facevo troppi problemi, e andavo oltre. Quello che non capivo erano i versi 7 e 8, questi:

Che cosa idioti vi incanta, perdendo biancheria
sullo schermo bugiardo?

Cosa voleva dire perdere biancheria sullo schermo bugiardo? Io proprio non lo capivo, boh. E anche ora che ho tanti anni in più, ancora non riesco a capire cosa vuol dire. E ogni volta che rileggevo quella poesia mi sono posto il problema, e mai ho trovato la soluzione. Poi un giorno l’ho trovata, forse era il 2002, o forse il 2003, comunque stavo a Berlino, e avevo comprato quello che per me è, ancora oggi, il più bel vocabolario esistente, che si intitola Langenscheidt Großwörterbuch Deutsch als Fremdsprache, e lì ho capito tutto, semplicemernte guardando il lemma “Wäsche”.

Bisogna che spieghi perché proprio quel lemma, e per spiegarlo non serve molto, basta citare l’originale tedesco di quei due versi:

was guckt ihr blöd aus der wäsche
auf den verlogenen bildschirm?

Il vocaborario succitato (che lo so che è un bruttissimo aggettivo, ma almeno mi evita di ripetere tutto quel titolo che sopra ho già scritto), al lemma succitato, riporta le informazioni che ci si aspetterebbe da ogni vocabolaro (ortografia, morfologia, semantica); ma poi, ed è il bello di quel vocabolario, riporta tutte le espressioni, anche idiomatiche, nelle quali si usa quella parola. E una è:

dumm aus der W. gucken/schauen gespr; völlig verdutzt, verwirrt aussehen

che, per chi non abbia dimestichezza con quel vocabolario, le parole abbreviate vogliono dire queste cose: W. sta per il lemma, gespr. vuol dire che è della lingua parlata. Il resto è molto chiaro. Oggi poi qualcuno mi ha rivelato che online è consultabile gratuitamente il cosiddetto Duden (qui), che al proposito dice praticamente la stessa cosa, a dimostrazione che i vocabolari dicono cose credibili, mica quelli che li scrivono si inventano le cose:

  • dumm, blöd usw. aus der Wäsche gucken (salopp; völlig verdutzt gucken)

E insomma, deve essere successo questo, che il grande Franco Fortini, che si è trovato a dovere tradurre quella cosa lì, non conosceva quella espressione idiomatica, ma probabilmente non è riuscito a chiedere l’aiuto di nessuno che lo potesse aiutare, e ovviamente in quegli anni non c’erano i due vocabolari che ho citato, ma forse nessun vocabolario riportava quella espressione (che Duden definisce addirittura “salopp”), e comunque era più difficile accedere a diversi vocabolari.

E insomma, alla fin fine quei due versi, forse, vogliono dire una cosa simile:

che cosa avete da guardare così rincoglioniti sullo schermo bugiardo?

o qualcosa del genere, rincoglioniti l’ho messo per conservare il tono un po’ acceso, ma forse si può usare anche qualcosa di meno forte.

Ecco, questa è la storia di questo errore di traduzione del grande Franco Fortini, a cui va la mia eterna gratitudine e ammirazione per tutta la sua produzione.

E poi penso: alla fine forse mi piaceva di più con quell’errore.


  1. mosco

    Salvatore Guglielmino, guida al novecento, principato editore milano; prima edizione, 1971 :S
    Ce l’ho in mano adesso: è ancora un bel libro!
    http://tinyurl.com/bo79z4z

  2. Grazie, Mosco, della precisazione.

  3. Poesia stupenda e, purtroppo, ancora di grande attualità. Immagino che non ti sia venuta in mente ora per pura casualità…
    In effetti è chiara ed efficace la tua traduzione “che cosa avete da guardare così rincoglioniti sullo schermo bugiardo?” Impossibile non essere d’accordo.
    Le tue riflessioni mi hanno ricordato gli anni in cui studiavo al liceo: utilizzavo due antologie: quella di Pazzaglia, adottata ufficialmente, (a Bologna era quasi d’obbligo tale scelta da parte dei docenti) e “il mitico Guglielmino”, come si diceva, adottato invece di fatto.
    ..




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